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Le stelle di football, basket e baseball protestano contro Trump: in ginocchio durante l'inno 

Un gesto simbolo della rabbia contro il razzismo: il primo è stato Colin Kaepernick dei San Francisco 49ers, ora seguito da moltissimi colleghi, allenatori e dirigenti, con il rifiuto delle star ad andare alla Casa Bianca. Il presidente: "Comportamento inaccettabile"  

]Ha detto e twittato di peggio, Donald Trump. Su argomenti ancor più delicati. Il presidente degli Stati Uniti ha abituato il mondo a non sorprendersi più delle sue infelicissime uscite. Giusto per ricordarne una, nel corso della campagna elettorale dello scorso anno riuscì a insultare i genitori di un soldato americano, musulmano, morto in Iraq per proteggere i suoi commilitoni. Proprio coloro di cui ora si vorrebbe ergere a paladino. Certo nel weekend appena passato si è inimicato una nuova, bella grossa, fetta di cittadini statunitensi, attaccando in tre giorni sia i giocatori di football della Nfl sia i giocatori di basket della Nba. Andiamo con ordine. Venerdì sera durante un discorso in Alabama ha chiosato: «Cacciate quei figli di p... fuori dal campo».Chi sono? Sono quei giocatori che dallo scorso campionato hanno deciso di inginocchiarsi, alzare un pugno, o restare seduti durante l’inno americano che precede le partite. Per chi non lo sapesse ogni evento sportivo, ma proprio tutti, negli Stati Uniti è preceduto dall’esecuzione di The Star-Spangled Banner (la bandiera adorna di stelle). 

Un segno di protesta contro le ingiustizie razziali. A dare il via all’iniziativa fu Colin Kaepernick dei San Francisco 49ers. Da allora silenziosamente ostracizzato dalla Lega stessa e ad oggi senza squadra. Posizione su cui fino allo scorso fine settimana c’era una certa divisione anche tra gli stessi colleghi. L’irruzione di Trump ha capovolto il tavolo. Sarà anche stata una citazione, come ha provato a giustificare qualcuno, ma un presidente non si era mai espresso così contro dei suoi cittadini prima. Ed è stato solo l’inizio. Il giorno successivo, sabato, ha preso in mano il telefono e si è affidato a Twitter per calcare la mano. «Se un giocatore vuole il privilegio di guadagnare milioni di dollari nella Nfl, o in altre leghe, a lui o a lei non dovrebbe essere permesso di mancare di rispetto alla nostra grande bandiera (o Nazione) e dovrebbe alzarsi in piedi durante l’inno. Altrimenti SEI LICENZIATO. Trova qualcos’altro da fare!». Parole durissime rivolte a cittadini americani che hanno deciso di manifestare pacificamente. Ben più dure di quelle che Trump riservò ai suprematisti bianchi, ad esempio. Pochi istanti e la vicenda è esplosa. Anche perché il Tycoon poco prima aveva twittato anche contro i giocatori Nba. «Andare alla Casa Bianca è considerato un grande onore per le squadre campioni. Stephen Curry sta esitando, perciò l’invito è ritirato». Il riferimento stavolta è alla visita al presidente che avrebbero dovuto fare i Golden State Warriors, campioni Nba 2016-17. Un’altra tradizione americana, che vacillò già nel momento in cui andarono a trovare Trump i New England Patriots vincitori dell’ultimo Super Bowl. Molti atleti infatti rinunciarono, era assente persino il famosissimo Tom Brady, che Trump ha sempre indicato come un suo amico insieme al coach Bill Belichick.

Una valanga di repliche ha travolto le parole presidenziali. Tutte unite nella condanna di commenti ancora una volta propensi a dividere la nazione. Tra i primi a rispondere al presidente sono stati il Commissioner della Nfl (il dirigente principale della Lega, pagato dai proprietari) Roger Godell e il miglior giocatore della Nba LeBron James, acerrimo rivale dei Golden State Warriors ma primo a difenderli dalle accuse. Il primo ha difeso a spada tratta i giocatori: «Parole “divisive” come queste mostrano una grande mancanza di rispetto – ha scritto in un comunicato – La Nfl e i nostri giocatori aiutano a creare un senso di unità nel nostro Paese e nella nostra nazione. Un grande esempio è quanto fatto da società e giocatori durante i recenti disastri naturali». Forte e chiaro. Come forte e chiaro è stato James: «Andare alla Casa Bianca è stato un grande onore, finché non ti sei presentato tu». E mentre moltissimi atleti si accodavano, è arrivata anche l’ondata dei proprietari e dei dirigenti di gran parte delle società, in primis i Golden State Warriors, a sommergere, con la difesa della protesta civile di “uomini rispettabili e seri”, un presidente che pare rivolgersi in modo sempre più deciso verso gli estremisti. Si è schierato persino Robert Kraft dei Patriots, che fu insieme ad altri proprietari Nfl tra i finanziatori della campagna del tycoon. Non che questo l’abbia scoraggiato, anzi Trump ha rincarato la dose contro Godell e domenica ha ribadito la sua posizione contro la Nfl, di nuovo su Twitter. «Se i tifosi della Nfl (che provò a contrastare negli anni ’80 con una lega alternativa poi fallita, ndr) si rifiutano di andare alle partite finché i giocatori non la smettono di mancare di rispetto alla nostra bandiera e al nostro paese, vedrete che ci sarà un cambiamento in fretta. Licenziare o sospendere!». E ancora un tweet: "Grande solidarietà per il nostro inno nazionale e per il nostro Paese. Stare in ginocchio è inaccettabile".

La reazione a catena. Stesso tono. Reazioni identiche: molti più giocatori hanno deciso di manifestare il loro dissenso durante le partite di domenica. E chi non si è inginocchiato si è abbracciato, a testimoniare l’unità: compreso il proprietario dei Jacksonville Jaguars nel match di Londra. Sabato si sono accodati giocatori di baseball e persino Stevie Wonder prima di un’esibizione. Ma ha detto e scritto di peggio, Donald Trump. Ha minacciato di radere al suolo la Corea del Nord parlando alle Nazioni Unite, durante una crisi ben più seria. Ha problemi, ben più gravi: a partire dall’inchiesta sui rapporti del suo comitato

elettorale sulla Russia. Ma quello che è arrivato a dire contro cittadini americani che manifestano pacificamente non è passato inosservato. Anzi. E immaginare che possa averlo fatto per sviare l’attenzione invece che per alimentare il suo smisurato ego è plausibile, ma poco credibile.

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