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Usa e Corea del Nord. Anatemi contro tutti per distrarre i delusi

L'opinione

Ha ragione l’ammiraglio Dennis C. Blair, già direttore dell’intelligence americana, quando dice al New York Times che il presidente Donald Trump e il leader supremo della Corea del Nord Kim Jong-un “sono un paio di cani che abbaiano, divisi da una recinzione” oppure bisogna dare retta ad Angela Merkel che giudica “pericolosa ogni escalation della retorica aggressiva da parte di entrambi”?

L’ex capo del Comando americano del Pacifico sembra certo che alla fine non accadrà nulla, mentre la cancelliera tedesca teme che né l’ex palazzinaro, biscazziere e conduttore di reality show, né il sanguinario giovane despota sappiano limitarsi alle minacce. Blair, Merkel e gran parte dei leader politici e militari scommettono però soltanto su sensazioni, perché non hanno elementi per prevedere cosa passa e passerà nelle teste di due personaggi così instabili.

Ai tempi nemmeno tanto lontani del confronto sociale, politico ed economico tra i due blocchi nessuno avrebbe immaginato questo annunciato scontro finale tra il Paese del capitalismo trionfante e l’ultimo dei lembi di mondo a reclamare per sé la coerente realizzazione del comunismo. Fa ancora più impressione il fatto che all’allora spauracchio dell’Occidente, la Cina, tocchi oggi il ruolo del ragionevole e compassato paciere tra chi minaccia “furia e fuoco come il mondo non ha mai visto finora” e chi assicura di poter colpire con le proprie mini-testate nucleari le basi americane di Guam. Il ministero degli Esteri di Pechino ha infatti diffuso una breve e secca dichiarazione ufficiale che sembra vergata da uno svizzero: chiede che le parti “parlino e agiscano con cautela e facciano quanto è necessario per far decantare la situazione di tensione” .

I cinesi conoscono Kim Jong-un meglio di chiunque altro (dunque ritengono che da Pyongyang li ascolti con qualche attenzione) ma non hanno ancora capito chi è Trump: uno che lancia l’anatema ai coreani via Twitter senza nemmeno parlarne in anticipo con il proprio staff; che, mentre impegna le proprie forze militari sullo scacchiere del sud-est asiatico, apre un altro fronte con il Venezuela, di fatto il cortile di casa; che fa promesse a Putin in cambio di un inconfessabile aiuto in campagna elettorale (il “Russiagate” ) e poi non è in grado di impedire al Congresso di approvare sanzioni a Mosca per le interferenze, le violazioni dei diritti umani, l’annessione della Crimea e le operazioni militari in Ucraina.

I più attenti osservatori della politica americana e, soprattutto, di quanto accade dentro la Casa Bianca avevano invece previsto per tempo le mosse di Trump fuori dai confini nazionali. Perché il suo obiettivo è distrarre l’opinione pubblica. L’affondamento definitivo del tentativo di abolire l’Obamacare (che garantisce l’assistenza sanitaria a decine di milioni di poveri), il ritardo del ridisegno del fisco federale, le altalenanti scelte sull’immigrazione clandestina e sull’ingresso dei cittadini di alcuni paesi musulmani hanno un effetto evidente su una quota dell’elettorato conservatore: è il cosiddetto “second thought”, secondo pensiero, che è semplicemente “forse ho sbagliato a votarlo in novembre”.

Giorno dopo giorno vengono diffusi sondaggi che mostrano come i consensi a Trump siano in calo anche nei settori sociali e nelle aree del Paese più in sintonia con lui. Alcuni dei consiglieri più ascoltati dal presidente, come il guerrafondaio Steve Bannon, si sono dunque convinti che alcune riforme radicali passerebbero più facilmente in una situazione di emergenza come un conflitto militare. Paradossalmente, persino l’eccellente stato di salute dell’economia americana, tornata ai livelli di prima della crisi del 2007, non favorisce il presidente, che ha vinto le elezioni puntando – come ogni buon

populista – sulle paure dei concittadini. Quando i posti di lavoro aumentano e nelle tasche dei cittadini finisce qualche soldo in più, diminuiscono gli argomenti dialettici per i populisti. Vale anche per l’Italia.

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