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Espulsioni collettive, cinque sudanesi denunciano l’Italia alla corte di Strasburgo

Il 24 agosto 40 sudanesi, tra cui alcuni darfuriani, sono stati rimpatriati con un volo charter da Torino in base ad un accordo firmato dal capo della Polizia Franco Gabrielli. Oggi vivono da fuggiaschi nei dintorni di Khartoum: il racconto dei rappresentanti del Tavolo nazionale asilo che sono riusciti a incontrarli nel paese governato dal dittatore al-Bashir

Cinque profughi del Darfur denunciano l’Italia alla Corte europea per i diritti dell’uomo. L’accusa è quella di trattamento inumano e di espulsione collettiva. I fatti risalgono allo scorso 24 agosto, quando in ottemperanza a un accordo di polizia per i rimpatri tra l’Italia e il Sudan – paese sotto il giogo del dittatore al-Bashir, su cui pendono due mandati di cattura della Corte penale internazionale per genocidio e crimini di guerra proprio in Darfur -, circa 40 sudanesi sono partiti con volo charter Torino-Khartoum. Le associazioni del Tavolo nazionale asilo hanno da subito denunciato “un rischio concreto di gravi violazioni dei diritti umani” riguardo la vicenda. Di fronte al muro di gomma delle istituzioni, poi, non hanno mollato e sono andate a cercare in Sudan, insieme ad alcuni parlamentari europei,  cinque dei quaranta rimpatriati con cui sono riusciti a mettersi in contatto (degli altri 35 non c’è traccia). Un viaggio che è costato agli avvocati dell’Asgi Dario Belluccio e Salvatore Fachile e a Sara Prestianni dell’Arci un interrogatorio da parte dei servizi segreti sudanesi.

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Rimpatrio e giro d’Italia in 7 giorni. Filippo Miraglia, vicepresidente di Arci, aveva denunciato solo qualche giorno fa un fatto simile, pubblicando un telegramma del Viminale diretto alle questure, per il rintraccio sul territorio di 95 cittadini nigeriani da espellere con un volo charter che sarebbe dovuto partire il 17 febbraio. Miraglia spiega le tappe che hanno portato al rimpatrio dei cittadini sudanesi lo scorso agosto: “La polizia italiana ha voluto mettere subito in pratica l’accordo con il Sudan andando a recuperare un gruppo di persone a Ventimiglia, facendogli fare un giro di sette giorni in Italia con un passaggio a Taranto, nell’hotspot, per riportarli in autobus a Milano e poi a Torino, dove sono partiti per il Sudan. Otto di questi sono riusciti a non salire sull’aereo facendo resistenza, così hanno chiesto asilo e hanno ottenuto tutti lo status di rifugiato, il massimo della protezione internazionale. A dimostrazione del fatto che se avessero chiesto asilo lo avrebbero ottenuto: all’inizio non lo avevano fatto perché volevano passare la frontiera e chiederlo all’estero”. Di mezzo, infatti, c’è la discussa convenzione di Dublino, che impone ai migranti di richiedere lo status di rifugiato nel paese di primo approdo. Chi arriva in Italia, di solito, cerca di raggiungere i paesi del nord Europa prima di essere identificato, proprio per ottenere la protezione internazionale negli altri paesi europei.

Cinque sudanesi rimpatriati denunciano l'Italia alla corte di Strasburgo Il Tavolo nazionale asilo ha rintracciato cinque cittadini sudanesi espulsi lo scorso agosto grazie all'accordo di polizia con il paese governato dal dittatore al-Bashir. Fachile (Asgi): "Li hanno ammanettati e fatti salire su un aereo nonostante le loro proteste" (di Andrea Scutellà)

Fachile (Asgi): “Operazione fatta a tavolino per rastrellare sudanesi”. Non usa mezzi termini l’avvocato Salvatore Fachile per descrivere i fatti del 24 agosto: “Queste persone sono state rastrellate con un’operazione di polizia fatta a tavolino per prendere sudanesi, è successo a Ventimiglia, alcuni sono stati portati a Taranto, altri sono stati tenuti in una caserma a Imperia. Non erano consapevoli del rimpatrio: nel momento in cui hanno capito che c’era un aereo hanno fatto resistenza, tanto è vero che molti sono stati ammanettati come ha ammesso la stessa polizia italiana”.

Il viaggio in Darfur: i cinque oggi vivono da fuggiaschi. Il viaggio in Darfur dei rappresentanti del Tavolo asilo non è stato certo confortevole. Spiega Sara Prestianni di Arci che gli attivisti per i diritti umani del Sudan “sono molto preoccupati per questa collaborazione tra il loro paese e l’Europa, prima di tutto per l’impatto sulla vita dei migranti, e poi per questa logica della collaborazione che rischia di negare la realtà di conflitto interna che ha prodotto 3,2 milioni di sfollati, di cui 2,6 soltanto nel Darfur. Considerando al-Bashir un interlocutore, poi, si sta frenando il processo di verità e giustizia per le vittime del Darfur, ripulendo l’immagine del dittatore con questa collaborazione”. Nel paese governato dal dittatore, la rappresentanza del Tavolo asilo si è dovuta muovere con cautela. “Abbiamo potuto fare domande solo sul trattamento subito in Italia – spiega ancora Fachile - perché farli esporre sui loro trascorsi in Sudan avrebbe potuto avere conseguenze nefaste. Fortunatamente, perché l’interrogatorio che abbiamo subito dopo non ha avuto un esito drammatico perché i servizi segreti hanno sentito che noi gli avevamo chiesto solo dei fatti accaduti in Italia”. I cinque sudanesi rimpatriati non vivono certo in condizioni privlegiate. “Abbiamo saputo – prosegue Fachile - che hanno avuto un divieto di espatrio per cinque anni. Sappiamo anche che il giorno del ritorno il Sudan ha dato molta pubblicità alla cosa. Quindi non sono stati maltrattati. Ma non sono potuti tornare in Darfur e vivono da fuggiaschi nei dintorni di Khartoum in condizioni di fortissima discriminazione”.

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