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Un governo di servizio e il renzismo senza Renzi

Il commento

Dicono che il governo Gentiloni stia al renzismo come la carbonara vegetariana sta a quella classica: parecchi ingredienti in comune (anche i sottosegretari, si è visto ieri) tranne quello principale, il guanciale, che per un po’ di tempo non tornerà in dispensa. I puristi la considerano una schifezza, i vegetariani una leccornia; per il resto del mondo è qualcosa di mangiabile, magari meno saporita, ma più digeribile dell’originale.

Il pregio di Gentiloni è che lo sa, e non si mette in competizione; anzi, nella conferenza stampa più surreale del mondo - con un governo chiamato a fare un bilancio dell’anno dopo appena due settimane di vita - cerca di sottolineare i punti in comune con chi lo ha preceduto a Palazzo Chigi. Anche perché, con una squadra così simile, rivendicare differenze sarebbe stato singolare.

Dal punto di vista dei contenuti politici, chi si attende stravolgimenti dal nuovo esecutivo è fuori strada. Renzi e Gentiloni provengono dalla stessa area culturale, quella ex rutelliana dei liberal Pd, e simile è dunque l’approccio al mercato del lavoro: quando Bersani scrive - come ha fatto ieri, sulla rivista dell’associazione Nens - che proprio lì serve un’inversione di tendenza, dà già l’impressione di guardare altrove, sperando magari di vincere le elezioni con una grande alleanza di sinistra.

Da qui al voto, invece, niente rottamazione dei voucher, né del jobs act: i possibili cambi di linea si peseranno al congresso del partito, o al limite alle eventuali primarie del centrosinistra (con Boldrini in campo?) di cui si comincia a parlare.

È una fase complessa, insomma, e il nuovo presidente del Consiglio sta cercando di accompagnarla senza forzare. Quando dice che «la stabilità non può tenere legata alla democrazia», ossia che presto si andrà a votare perché è quello che vogliono gli elettori, rassicura un po’ tutti sulle proprie aspirazioni personali: compreso quel giglio magico che, mentre a Palazzo Chigi ci si scambiava la campanella con un sorriso, aveva un brivido sulla schiena per paura di non tornare. C’era un pezzo di Pd che - come i berlusconiani nel 2011, con l’arrivo di Monti - temeva di perdere il treno; ma Gentiloni non è Monti, che all’epoca non aveva un partito politico cui rispondere e non si curava dunque della perdita di consensi, e Mattarella non è Napolitano, che vedeva la stabilità politica come unica arma contro la crisi economica.

Se c’è un concetto su cui il premier ha insistito, nell’incontro di ieri con i giornalisti, è stato dunque quello di servizio: rimango finché il Parlamento mi darà la fiducia, ossia fino a quando il Pd non deciderà che è ora di andare al voto, e lo faccio con la squadra ereditata dal mio predecessore, ovvero nella continuità. Che sia possibile un renzismo senza Renzi, però, è tutto da dimostrare, così come del resto non è mai stato possibile un berlusconismo senza Berlusconi; e d’altra parte i due interessi contrapposti del segretario Pd (tenere un piede e mezzo nel governo, venendo però percepito come altro rispetto all’esecutivo stesso) rischiano, in questa fase, di fare a pugni tra loro.

«Quando vi ritroverete la Casta non venitemi a cercare», diceva l’allora premier nei suoi appelli per il sì al referendum, e invece Gentiloni sta ripetendo in ogni circostanza che il suo governo non ha la colla sulle poltrone; considerando poi che Boschi e Lotti sono nella squadra, sarà ancora più difficile prenderne le distanze in campagna elettorale, quando destre e Cinquestelle avranno buon gioco ad accusare chi non è voluto andare subito al voto dopo la vittoria dei no.

Nel frattempo, i temi sul tavolo sono parecchi e importanti. Sul fronte internazionale, tra due giorni inizia l’anno dell’Italia nel Consiglio di sicurezza Onu, a maggio ci sarà il G7 che dovremo presiedere a Taormina, in mezzo c’è l’insediamento di Trump che sposterà

gli equilibri anche in Europa e in Medio Oriente; su quello interno, ci sono la vicenda del Monte dei Paschi e, naturalmente, la legge elettorale. Sarà curioso sentire Gentiloni alla conferenza stampa dell’anno prossimo, se sarà ancora lì.

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