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Matteo Renzi: ego e ambizione. Il rischio è il suo mestiere

Dalle copertine delle riviste in giubbotto da Fonzie allo smoking con Obama. La parabola di un ragazzo di provincia che cerca il consenso a colpi di tweet

Se l’Italia è un Paese di santi, poeti e navigatori, Matteo Renzi forse non è nessuno dei tre. Santo certamente no, perché la spietatezza del politico non gli manca davvero; poeta nemmeno, anche se ama le citazioni, perché la caratteristica che forse lo ha reso più attraente agli elettori è proprio l’abbandono della lirica da prima Repubblica e il ricorso a un linguaggio diretto; men che meno navigatore, perché destreggiarsi tra i venti restando a galla non è il suo sport preferito: il presidente del Consiglio dimissionario è uno che il vento lo ama in faccia, non alle spalle, e che al galleggiamento preferisce il nuoto controcorrente.

È ambizioso, che per alcuni è un pregio e per altri un difetto. È egocentrico, ma in una fase politica così personalizzata e leaderistica anche questo fa parte del ritratto di un capo. È obiettivamente amante del rischio, perché in tanti nel 2008 si sarebbero accontentati di un secondo giro di poltrona alla provincia di Firenze, anziché scalare Palazzo Vecchio contro il partito, e nel 2014 della possibilità di fare il kingmaker, in quanto segretario del Pd, anziché cercare subito l’arrivo a Palazzo Chigi a scapito di Letta.

C’è chi per questo lo detesta - per la sua totale impermeabilità alle prassi consolidate, talora persino alle regole di convivenza - e chi, per lo stesso motivo, lo adora: in un’Italia bloccata, si diceva due anni e mezzo fa, nel momento più zuccheroso della luna di miele, c’è bisogno proprio di gente così.

In ogni caso, è divisivo. Il contrario di Letta e dello stesso Bersani, nonché di un’intera generazione democristiana - quella in cui ci si muoveva un passo alla volta e si salivano gradini in silenzio - a cui troppo facilmente viene associato per il passato giovanile nei Popolari e per l’aria respirata in famiglia. Stai con lui o contro di lui: ai tempi del pentapartito e del proporzionale sarebbe stato magari un originalotto ininfluente, oggi è lo specchio di una nuova fase politica, e non solo perché il sistema è più bipolare e maggioritario. Ne è lo specchio perché annusa l’aria che tira e la digerisce in fretta: l’etichetta di “ragazzo semplice, di paese”, che si mette addosso da solo, è in realtà un modo efficace per segnare la distanza dalla politica aristocratica che l’italiano medio non sopporta più. E così, come un hombre del pueblo, inaugura il suo mandato andandosene in giro per le scuole una volta a settimana (ma l’abitudine dura poco); appare sulle copertine delle riviste di moda e di gossip, mentre si fa la barba o coccola le nonne; va ospite con la giacca di Fonzie da Maria De Filippi e si fa i selfie con Barbara d’Urso, tra un bacetto e un diamoci del tu. Con la maglietta della Fiorentina va a trovare Angela Merkel; in smoking, invece, te lo ritrovi a cena con Obama, e per un attimo hai l’impressione che, alla Casa Bianca, ci sia uno come te.

L’obiettivo primario della strategia comunicativa - per nulla improvvisata, tra fior di professionisti nostrani dediti alla causa e guru americani ingaggiati per l’occasione - è infatti quello di restare ad altezza d'uomo. Di dare l’impressione di essere a portata di mano, raggiungibile, con un post su Facebook o con un tweet: ecco allora l’invenzione di Matteo risponde, che lo accompagna per tutta l’avventura, con picchi più intensi nei momenti chiave.

Non sta fermo un attimo, non si ferma mai. Twitta alle 6 di mattina con la scusa di farci vedere l’alba da Palazzo Chigi, ma in realtà è per dirci che è già al lavoro; gira come una trottola - con una resistenza micidiale alla fatica - laddove c’è una tragedia, perché sa bene che il presidente del consiglio è anche un lavoro di empatia.

Nei confini nazionali non è simpatico a tutti, ma all’estero riscuote un buon successo. “Deciso e grintoso”, lo hanno definito in questi anni le diplomazie che lo hanno incontrato in giro per il mondo: sono del resto le caratteristiche che lo hanno portato a Palazzo Chigi, e che gli hanno fatto avere - per qualche mese - un intero Paese ai piedi.

E poi giovane, orgogliosamente giovane, tanto da farne una bandiera politica: eppure, stando alle analisi elettorali del referendum, più gradito agli anziani che ai propri coetanei.

Quando perde soffre, ma cerca di nasconderlo bene; quando lo insultano te lo immagini pronto ad attenderli fuori dal bar di Rignano, con le maniche tirate su, e invece maschera tutto con un sorriso. Non fa in tempo a prendere uno schiaffo che è già con la testa al prossimo combattimento: fu così dopo la sconfitta alle Primarie del 2012, lo è anche adesso che ha perso nettamente

il referendum e sta già pensando alle elezioni. Come quei giocatori di poker che, dopo un giro disastroso, rilanciano subito la posta per raddrizzare la serata: tanto più che, almeno finché questa legislatura resta in piedi, le carte continuerà a darle lui.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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