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Simboli e sogni spezzati da Superga a Medellin

“Mai la morte fu veramente morte / così, mai corse rapida all’essenza / come questa che vi abolisce, squadra / anche contro la morte, ancora squadra. Niente c’è più, niente c’è più, o un barbaglio?...

“Mai la morte fu veramente morte / così, mai corse rapida all’essenza / come questa che vi abolisce, squadra / anche contro la morte, ancora squadra. Niente c’è più, niente c’è più, o un barbaglio? / niente, niente, non c’è più niente, piove / qui dove noi diciamo Danilo, Bruno Rangel, / Dener, Gil, Cleber Santana il capitano / Machado, Caio Junior”. Ci perdonerà Mario Luzi, poeta immenso. Abbiamo preso a prestito la poesia, a lungo inedita, che scrisse nel 1949, pochi giorni dopo la tragedia di Superga.

La intitolò “Ai campioni del Torino”. Oggi - davanti ai resti accartocciati di Medellin - è ai campioni della Chape che la si deve dedicare. Così, la dove risuonavano i nomi di Rigamonti, Castigliano, Maroso, Ballarin, Mazzola, Loik, Bacigalupo, oggi facciamo scorrere i nomi di una squadra giovane, troppo giovane. Sono crudeli, talvolta, gli sgarbi del destino. Gianni Brera amava ripetere, nell’invocare “la terra lieve” per chi se ne era andato per sempre, che “muore giovane chi è caro agli Dèi”. Mai come questa volta è tristemente vero. Possiamo esserne certi: da oggi e per sempre in Brasile la litania laica sarà la stessa, per molti: “Danilo, Rangel, Dener...”.

È un corto circuito temporale della memoria quello che la notizia del disastro aereo in Colombia ci consegna. Lo scudetto biancoverde dell’Associação Chapecoense de Futebol, ritrovato tra i resti dell’aereo, non ricorda forse il gagliardetto del Grande Torino che spuntava, simbolo spezzato, ai piedi della basilica, nella nebbia del 4 maggio 1949? E i selfie e i video che hanno fissato per sempre l’allegra gioia di una squadra che nel 2007 era in serie C e che si apprestava ad una finale storica nella Copa Sudamericana non ricordano forse il sorriso giovane di Duncan Edwards? Di lui Bobby Charlton disse: “Io ne ho visti giocare tanti, ma uno solo era di classe nettamente superiore, inarrivabile. Duncan Edwards”. Duncan muore a neppure 22 anni, nell’incidente di Monaco di Baviera, - 6 febbraio 1958 - quando l’aereo che trasporta l’intera squadra del Manchester United si schianta al suolo: muoiono 23 dei 44 passeggeri. Otto sono calciatori. A Medellin la tragica contabilità è di 71 morti e 6 sopravvissuti. Duncan fuori dal campo era schivo e riservato. Astemio, amava andare a pesca e al cinema. Lo multarono per avere guidato la sua bicicletta senza luci. Danilo, Bruno Rangel, Dener, Gil, Cleber Santana e gli altri compagni di squadra - senza dimenticare lo staff tecnico - appartengono certamente ad un altro tempo calcistico - tutto tatuaggi, social e adrenalina - ma erano anche figli di una storia a suo modo anomala nel panorama sudamericano. Gestione oculata, piccoli passi, programmazione puntuale, niente eccessi, l’orgoglio di venire da una vicenda inedita e singolare: la Chape nasce nel 1973, l’altro ieri a ben guardare.

E si apprestava a disputare la partita più importante della sua breve storia. Nel pantheon della memoria del calcio i ragazzi della Chape hanno tristemente conquistato un posto d’onore. Il video che li mostra mentre cantano e ballano, negli spogliatoi, appena conquistato il passaporto per una finale utopica, è proiettato lungo quella sottile linea dell’esistenza che la letteratura ha più di altri saputo narrare. Chissà se qualcuno dei biancoverdi che oggi non ci sono più avrà mai letto “Il ponte di San Luis Rey” di Thornton Wilder. 1714, il ponte che per oltre un secolo è stato la più importante via di collegamento per gli abitanti di Lima e Cuzco, in Perù, crolla, causando la morte di cinque persone. Chi erano e perché si trovarono proprio lì? Le domande corrono lungo le Ande, là dove - ottobre 1972 - precipita l’aereo che porta una squadra di rugby dell'Uruguay. Muoiono in 29, si salvano in 16 e dopo

si saprà - è storia che diventa film - che hanno resistito mangiando i resti dei loro compagni morti. Asi es la vida, usano dire da quelle parti. Asi es la muerte. La Chape è da ora e per sempre la squadra che non disputerà mai la partita più importante. Adios.

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