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Fertility Day, tre storie italiane

Elena, che dopo un'esperienza dolorosa ha aperto un sito sul tema della fertilità e ne ha fatto un lavoro, ma non dimentica di quando la cacciavano dai colloqui perchè non nascondeva il desiderio di diventare madre; Giulia, che ha cercato un figlio per tanti anni e quando è arrivato ha dovuto rinunciare al lavoro; Vittoria, che scrive alla ministra Lorenzin tutta la fatica di avere due figlie presto e di doverle crescere in condizioni di lavoro precario. Tre storie che raccontano come la natalità non possa prescindere dal contesto sociale ed economico

La biologa, la giornalista, la grafica. La difficoltà di avere un figlio e poi la fatica quotidiana di trovare un equilibrio tra il ruolo di madre e quello di aspirante lavoratrice o precaria. Tre storie italiane che raccontano una realtà molto diversa da quella raffigurata nelle cartoline del ministero della Salute che vuole proporre il Fertility Day.

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Fertility Day, le storie e i dati: la mancanza di lavoro taglia i figli

Il fattore occupazionale incide sulle scelte delle coppie. Con una spaccatura tra Nord e Centro da una parte e Sud dall'altra. Ricerche accademiche e testimonianze indicano al ministro della Salute Beatrice Lorenzin la strada per ripensare una campagna di comunicazione che ha sollevato clamore e polemiche

Elena. "Vuole avere figli? Torni a fare il colloquio dopo che li ha avuti"
Elena Crestanello si occupa di fertilità a tempo pieno da dieci anni. Da quando il dolore per la perdita di un figlio, e poi di un altro, a causa di aborti spontanei, le fece capire quanto fosse prezioso il confronto e la condivisione con chi aveva vissuto sulla pelle simili esperienze. Ha aperto un sito, periodofertile.it , che è diventato con il tempo luogo di incontro e fonte di informazioni sul tema e che oggi raccoglie una comunità di un milione di utenti unici mensili. Donne, soprattutto, che cercano informazioni, a volte conforto. “Ci scrivono ragazze che alla prima esperienza sessuale temono di essere rimaste incinta ma anche donne di 45 anni che desiderano il primo figlio; chi vuole evitare una gravidanza e chi racconta la fecondazione assistita come un calvario capace di farle sentire numeri da catalogare nelle statistiche”, spiega Elena.

Elena Crestanello
Elena Crestanello


“Sul tema della feritilità mancano informazioni a fronte di un bisogno enorme di conoscere e confrontarsi – continua Elena dal suo osservatorio -. Molte donne si rivolgono a noi invece che a un consultorio, forse anche perché possono nascondersi dietro l’anonimato, temono di essere giudicate. Nel sito, con l'aiuto di esperti, cerchiamo prima di tutto di spiegare come funziona il nostro corpo. Ma l’educazione sessuale deve cominciare nelle scuole e passare dalle famiglie, i genitori devono essere formati.”

La campagna ministeriale del Fertility Day è caduta su questa comunità come un macigno su vasi di cristallo. “Lo sdegno è stato generale – racconta Elena -. Il Piano Nazionale per la Fertilità che c'è dietro la campagna comunicativa è sensato ma l’approccio è stato superficiale e insensibile. Le nuove generazioni vanno informate su come preservare la loro capacità riproduttiva. Va insegnato che ci sono patologie a trasmissione sessuale che possono portare a sterilità. Va spiegato che ci sono stili di vita che possono compromettere la capacità riproduttiva e direttamente anche la salute del proprio figlio. Va insegnato ai ragazzi come funziona il loro corpo strumento unico e meraviglioso capace di dare la vita anche se con un limite biologico di età che va riconosciuto e accettato. Solo così possono imparare a rispettarlo e anche a farsi rispettare dall’altro nell’ambito della coppia. Ma lo Stato non può entrare nella camera da letto degli italiani: la fertilità rimane un bene privato e la scelta di avere o meno un figlio una scelta  assolutamente personale".

Soprattutto, continua, “prima di ingiungere alla donna di fare figli mi sarei aspettata un avvio di politiche sociali di sostegno alla genitorialità: aiuti economici, strutture ricettive per i bambini, formazione nelle scuole e per i genitori. C’è un vuoto da colmare.”

Un sentire che emerge dai tanti commenti piccati che sono affiorati sul sito. Come quello di una ricercatrice onocologia cui non è stata rinnovata la borsa di studio con l’avvento della seconda gravidanza. “Se ci viene
negata la possibilità di programmare a causa di situazioni lavorative precarie o assenti o per condizioni sociali inesistenti (asili nido e assistenza genitoriale) - scrive - allora è la solita propaganda fatta da ignoranti”.

La stessa Elena non dimentica quando durante uno dei primi colloqui di lavoro, dopo la laurea in biologia,  non
nascose il suo desiderio di avere dei figli e la invitarono caldamente a farsi risentire dopo la loro nascita.

Oggi ha due figli e ha fatto della cura del suo sito una professione remunerata.

Vittoria: Non siamo liberi di scegliere. I figli dei precari non possono essere di serie B
Quando Vittoria Iacovella, giornalista inviata del programma di La7 "L'aria che tira", ha visto le immagini della campagna ministeriale del Fertility Day proprio non ha resistito. "Di solito sono riservata, racconto le storie degli altri non le mie, ma ho dovuto scrivere. Mi ha indignato il tono, l'ipocrisia". L'emancipazione, dice, è solo una presa in giro. "Cara Beatrice Lorenzin, io in teoria sarei la giusta testimonial per le tue campagne di sensibilizzazione". Inizia così la sua lettera aperta alla ministra della Salute postata su Facebook. Racconta la difficoltà di crescere due figlie avute da giovane contemporaneamente alla ricerca di un lavoro stabile da giornalista. Il mobbing di chi l'ha selezionata quando ha saputo che era rimasta incinta; la stanchezza di aver lavorato fino a due settimane prima del parto; la riduzione dello stipendio subita quando ha deciso di allattare la figlia; la rabbia di quando un collega le ha sconsigliato un lavoro con la scusa che non era adatto a una madre. Ora, a 37 anni, scrive "ai colloqui ho smesso di nascondere il fatto di essere madre". "La questione - ribadisce Vittoria - non è se sia giusto o meno fare figli a 20 o 40 anni o addirittura se farne, ma se lo Stato ci metta o meno nella condizione di scegliere liberamente. Non siamo liberi". E non è solo una questione di diritto al lavoro ma anche di diritto alla salute di genitori e figli: "perché quando un bimbo di un precario si ammala nessuno avrà un congedo parentale e questo sì che fa la differenza. Perché se non abbiamo agevolazioni per l'allattamento certo che allattiamo meno".

Vittoria Iacovella
Vittoria Iacovella

 

"Se c'è un lato positivo in tutta questa vicenda che ha sollevato tanto malcontento - aggiunge - è che finalmente si parli di questi temi".

Alla sua lettera ha risposto, sempre su Facebook, la Lorenzin:


 

Giulia, mamma a tempi indeterminato e disoccupata
Mamma a tempo indeterminato e disoccupata. Così si definisce Giulia (i nomi sono di fantasia ndr). Prima che nascesse Margherita, quando lei aveva 36 anni, lavorava come grafica, a partita Iva. Margherita è stata desiderata e cercata per tanto tempo. Sette anni, con la complicazione di una malattia e l’ausilio della fecondazione, all’estero “perché in Italia temevo un calvario”. Un investimento emotivo e anche economico di Giulia e di suo marito ripagato oggi da ogni sorriso della piccola.

“Ho chiuso la partita Iva, non lavoro più. Esclusa la possibilità di fare il part time, non me la sono sentita di continuare come free lance. Non abbiamo nonni a Roma e non mi andava che Margherita crescesse
davanti alla televisione".  Il marito lavora, è architetto. “Dopo la nascita della bambina chiese di non essere mandato in trasferta per potersi godere la piccola e aiutarmi. Ma i capi gli ricordarono che era un padre e non
una madre. Come se fosse prerogativa solo della madre occuparsi della crescita dei figli".

Un'immagine in particolare della recente campagna ministeriale del Fertility Day ha ferito Giulia, quella che intima a sbrigarsi a fare più di un figlio. "Avrei voluto un fratello o una sorella per Margherita - racconta - abbiamo provato anche un’altra inseminazione ma non ha funzionato. È stata una brutta botta, avevamo pensato di riprovare tutto da capo. Ma sarebbe stato tutto fuori budget e difficile da gestire con una bambina piccola. Razionalmente abbiamo rinunciato. Con il senso di colpa di non averle provate tutte, con Margherita che mi chiede quasi tutti i giorni se le faccio una sorella. Un giorno però qualcosa è cambiato, ho cominciato a pensare che avere un figlio solo ha dei vantaggi, ha la tua totale dedizione. Tanti tasselli che mi hanno rimesso in pace con il mio senso di colpa, insomma con Margherita avevamo già vinto la nostra lotteria. Poi arriva la campagna ministeriale che mi accusa di lasciare mio figlio unico. Che c’è di male? Mia figlia rimarrà unica e guai a chi la vuole far sentire discriminata".

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