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Fertility Day, le storie e i dati: la mancanza di lavoro taglia i figli

Fertility Day, le storie e i dati: la mancanza di lavoro taglia i figli

Il fattore occupazionale incide sulle scelte delle coppie. Con una spaccatura tra Nord e Centro da una parte e Sud dall'altra. Ricerche accademiche e testimonianze indicano al ministro della Salute Beatrice Lorenzin la strada per ripensare una campagna di comunicazione che ha sollevato clamore e polemiche

Il ministero della Salute ha lanciato una campagna comunicativa in occasione del Fertility Day (22 settembre) per sensibilizzare sul tema un paese, come il nostro, dove il numero medio di figli per donna è al disotto della media europea (1,37 contro1,58). Immagini e frasi scelte hanno scatenato da subito polemiche e hanno riacceso i riflettori su temi che dal campo della salute dilagano in quello economico, sociale e culturale. La campagna infatti è andata a toccare quella che è stata definita una " zona psicologica incandescente ", in cui si intrecciano desideri, relazioni, libertà, intimità, con l'effetto immediato di sollevare un vaso di Pandora di temi. Uno di questi è il rapporto tra fertilità e occupazione: il fattore occupazionale, dicono i dati e confermano le storie, è decisivo nelle scelte delle coppie. Ma quale relazione c'è tra il non avere un lavoro e il non fare figli? Quanto profondamente il contesto economico influenza le famiglie? Quanto ha inciso la crisi?

La campagna ministeriale per il Fertility Day. Il 31 agosto scorso è stata divulgata una campagna comunicativa promossa dal ministero della Salute e ideata da Mediaticamente per ricordare agli italiani i pericoli della denatalità e per convincerli a fare più figli. Immagini, toni e contenuti vagamente minacciosi hanno provocato clamore e polemiche, tanto da convincere il ministero a rimodulare la campagna. “La bellezza non ha età. La fertilità sì”, recita una cartolina in cui si vede una donna con una clessidra in mano. “La fertilità è un bene comune”, dichiara un altro slogan. Ancora, "Genitori giovani. Il modo migliore per essere creativi". A completare l'operazione, l'istituzione del Fertility Day, il prossimo 22 settembre, l'apertura di un sito dedicato e la messo a punto un ampio e dettagliato documento, il Piano Nazionale per la Fertilità .

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Abbiamo preso in esame due studi, uno sull'occupazione e uno sulla disoccupazione, e cercato di capire come questi due fattori influenzino le scelte di natalità delle coppie italiane che possono avere figli. In entrambi i casi il fattore occupazionale è decisivo: si sceglie di avere bambini soprattutto in quelle famiglie in cui è stato abbandonato il modello dell' 'uomo che porta a casa la pagnotta', ed entrambi i membri della coppia lavorano stabilmente

"Il baco di questa campagna è semplice da individuare se si legge il documento ministeriale - dice Annamaria Testa, esperta in comunicazione-. Da un parte con dati reali e pareri di esperti autorevoli informa che abbiamo un problema di denatalità, connesso con mille fattori economici e sociali; dice anche che ad aggravare questo problema c'è scarsa consapevolezza degli italiani su cosa significhi essere fertili. Dall’altra parte dice che bisogna dare "prestigio alla maternità" e operare "promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione”. Ma una cosa è sottolineare quanto la fertilità sia faccenda di rilievo e invitare a prendersene cura. Un'altra è definire “prestigioso” l’essere madri (si noti bene: non l’essere genitori). Il ministero nella campagna ha fatto passare il secondo punto sostenendo che si trattava del primo. Ma è truffaldino mandare in giro il lupo dell'esortazione a fare più figli mettendogli addosso il vello dell'agnello dell’informazione sanitaria, legittima e necessaria".

L'intervista integrale a Annamaria Testa

Facciamo pochi figli. Con 1,37 figli per donna (dati Eurostat 2016 per il 2014) siamo sotto la media europea (1,58). L'età media della donna alla nascita del primo figlio è da noi di 30,7 anni (la media europea è di 28,8 anni).

Il fattore occupazionale è decisivo sulla fecondità. Ci sono diversi studi indicano che la percezione di insicurezza indotta dall'aumento della disoccupazione incide in modo negativo sulla pianificazione delle nascite. Secondo gli studiosi della Bocconi dal 2000 in poi in alcune regioni italiane e paesi del Nord Europa la partecipazione delle donne al mercato del lavoro ha portato a un aumento del tasso di fecondità. Semplificando, dove le donne lavorano fanno più figli. Parallelamente una ricerca di docenti dell'Università di Bologna, che ha messo in relazione il tasso di fecondità con quello di disoccupazione, suggerisce un effetto negativo della disoccupazione sulla fecondità e mette in luce una spaccatura tra Nord e Centro da una parte e Sud dall'altra: l'aumento della disoccupazione ha avuto effetti negativi sulla fecondità al Nord e al Centro, nel Sud continua il declino dei nuovi nati indipendentemente dal livello di disoccupazione.

Le storie di tre madri: Elena, Vittoria, Giulia. Traducendo i dati in storie è facile rintracciare nella propria esperienza personale e sui social media  tante storie di donne che raccontano la fatica quotidiana di trovare un equilibrio tra vita familiare e lavoro, soprattutto se quest'ultimo è precario.

Leggi le tre storie

C'è chi rimanda una maternità vincolandola a una maggiore sicurezza professionale; chi scegliendo la maternità si vede penalizzata sul luogo di lavoro; chi rimarca le differenze tra assunti e precari nel trattamento della maternità.  Tra le tante, abbiamo raccolto tre testimonianze: Elena, ideatrice di periodofertile.it che ricorda come ai colloqui di lavoro le consigliavano di tornare dopo eventuali gravidanze; Giulia che ha lasciato il suo lavoro da grafica dopo la nascista di una figlia, desideratissima; Vittoria che ha scritto una lettera alla ministra Lorenzin raccontandole tutta la fatica quotidiana di una giovane madre con un lavoro precario.

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