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sabato 20.03.2010 ore 15.22
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Verso le urne senza programmi

di Paolo Segatti
Ci si chiede quale effetto avrà la candidatura della Bonino alla presidenza del Lazio sugli orientamenti di voto dei cattolici. Ma forse bisognerebbe prima ancora chiedersi quali potrebbero essere gli effetti sugli elettori in generale, cattolici o meno, del modo in cui i partiti stanno definendo le candidature alle prossime regionali. Da questo punto di vista non pare esserci molta differenza tra i due grandi partiti. Al loro interno si confrontano due diverse strategie. La prima punta a non dare troppi margini di libertà alla guerra di corsa che l’Udc sta conducendo contro il bipolarismo.

La seconda pare più interessata al punteggio finale delle regioni vinte o perse, e per vincere su questo tavolo è disposta ad accettare che l’Udc stipuli patti a macchia di leopardo, una volta con uno una volta con l’altro. Di programmi per il momento non si parla molto. Di questo passo, sia che vinca la prima strategia che ancor più la seconda, c’è il rischio che se ne parlerà pochissimo. Se così accadrà, le prossime campagne elettorali saranno condotte ancora di più che nel passato facendo leva esclusivamente su due tipi diversi di personalizzazione delle candidature. Quella grande dei candidati alla presidenza che punteranno a proiettare una immagine di sé super partes. Quella più piccola delle migliaia di candidati che affolleranno le liste dei partiti, tutti alla ricerca spasmodica di quanti più voti di preferenza possibile.

In un contesto del genere non ha molto senso chiedersi quali saranno gli effetti sugli elettori di questa o quella candidatura alla presidenza di una regione, perché la storia personale di quel o quella candidata è solo uno dei fattori che potranno incidere sul voto. La sua forza va messa a confronto con la forza delle relazioni personali che i candidati delle liste che sostengono quel o quella candidata alla presidenza intrattengono con gli elettori. Se costoro guardano soprattutto a queste relazioni, poco potrebbe importare loro dell’immagine del candidato alla presidenza. Sarebbe un errore pensare che dinamiche di questo tipo siano presenti esclusivamente nella parte d’Italia dove il Novecento con le sue grandi ideologie politiche non è mai arrivato e il voto sulla base di relazioni personali ha sempre contato molto.


Al contrario, l’uso del voto di preferenza nelle elezioni regionali è in forte crescita anche nelle regioni del Nord e caratterizza anche il voto per le liste di centrosinistra. Il che, per inciso, smentisce tanti discorsi che si sentono sulla distanza tra politica e cittadini. Non è così. Ciò che è distante e diventa sempre più distante non è la politica in generale, ma una politica in grado di andare oltre a una rappresentanza di piccolo cabotaggio o puramente simbolica. Dopo di che, gli effetti della candidatura Bonino sul voto dei cattolici più vicini alla Chiesa dipendono anche da altri fattori. Conterà se la Bonino deciderà di giocare le sue carte come leader di uno schieramento che include anche molti cattolici praticanti, prestando attenzione ai temi che sino a oggi li hanno portati a scegliere per il centrosinistra.

Perché da tempo ormai l’identità religiosa, manifestarla nella pratica, non spinge da sola in una direzione politica o nell’altra. Certo che le primarie nel Lazio, come nelle altre regioni, avrebbero permesso di verificare se la Bonino intende, come sarebbe auspicabile, essere la leader di tutti o solo di una parte della coalizione. Ma dopo averle messe in statuto, la maggioranza del Pd ha ritenuto che le regole potessero non essere rispettate. Infine la decisione della maggioranza del Pd di stabilire una alleanza, regione per regione, con l’Udc in vista di un più generale allineamento alle prossime elezioni politiche rischia di contraddire le ambizioni con cui il Pd era nato: quelle di unire il riformismo di matrice cattolica con quello di matrice socialista.

L’ambizione è stata poi in concreto spesso ridotta a una fusione a freddo tra ex-democristiani ed ex-comunisti. Ma stringere patti con l’Udc, accettando implicitamente la definizione che questo partito dà di sé stesso, rischia di riportare definitivamente tutti indietro ai tempi in cui si parlava di un centro, chissà perché «attento ai valori cattolici» e di una sinistra chissà perché «laica». Da questo punto di vista gli effetti più duraturi sul voto dei cattolici possono derivare più che dalla candidatura della Bonino dalla strategia che il Pd pare perseguire in vista delle prossime regionali e oltre.


(19 gennaio 2010)
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