Verso le urne senza programmi
di Paolo Segatti
Ci si chiede quale effetto avrà la candidatura della Bonino alla
presidenza del Lazio sugli orientamenti di voto dei cattolici. Ma
forse bisognerebbe prima ancora chiedersi quali potrebbero essere
gli effetti sugli elettori in generale, cattolici o meno, del modo
in cui i partiti stanno definendo le candidature alle prossime
regionali. Da questo punto di vista non pare esserci molta
differenza tra i due grandi partiti. Al loro interno si confrontano
due diverse strategie. La prima punta a non dare troppi margini di
libertà alla guerra di corsa che l’Udc sta conducendo contro il
bipolarismo.
La seconda pare più interessata al punteggio finale delle regioni
vinte o perse, e per vincere su questo tavolo è disposta ad
accettare che l’Udc stipuli patti a macchia di leopardo, una volta
con uno una volta con l’altro. Di programmi per il momento non si
parla molto. Di questo passo, sia che vinca la prima strategia che
ancor più la seconda, c’è il rischio che se ne parlerà pochissimo.
Se così accadrà, le prossime campagne elettorali saranno condotte
ancora di più che nel passato facendo leva esclusivamente su due
tipi diversi di personalizzazione delle candidature. Quella grande
dei candidati alla presidenza che punteranno a proiettare una
immagine di sé super partes. Quella più piccola delle migliaia di
candidati che affolleranno le liste dei partiti, tutti alla ricerca
spasmodica di quanti più voti di preferenza possibile.
In un contesto del genere non ha molto senso chiedersi quali
saranno gli effetti sugli elettori di questa o quella candidatura
alla presidenza di una regione, perché la storia personale di quel
o quella candidata è solo uno dei fattori che potranno incidere sul
voto. La sua forza va messa a confronto con la forza delle
relazioni personali che i candidati delle liste che sostengono quel
o quella candidata alla presidenza intrattengono con gli elettori.
Se costoro guardano soprattutto a queste relazioni, poco potrebbe
importare loro dell’immagine del candidato alla presidenza. Sarebbe
un errore pensare che dinamiche di questo tipo siano presenti
esclusivamente nella parte d’Italia dove il Novecento con le sue
grandi ideologie politiche non è mai arrivato e il voto sulla base
di relazioni personali ha sempre contato molto.
Al contrario, l’uso del voto di preferenza nelle elezioni regionali
è in forte crescita anche nelle regioni del Nord e caratterizza
anche il voto per le liste di centrosinistra. Il che, per inciso,
smentisce tanti discorsi che si sentono sulla distanza tra politica
e cittadini. Non è così. Ciò che è distante e diventa sempre più
distante non è la politica in generale, ma una politica in grado di
andare oltre a una rappresentanza di piccolo cabotaggio o puramente
simbolica. Dopo di che, gli effetti della candidatura Bonino sul
voto dei cattolici più vicini alla Chiesa dipendono anche da altri
fattori. Conterà se la Bonino deciderà di giocare le sue carte come
leader di uno schieramento che include anche molti cattolici
praticanti, prestando attenzione ai temi che sino a oggi li hanno
portati a scegliere per il centrosinistra.
Perché da tempo ormai l’identità religiosa, manifestarla nella
pratica, non spinge da sola in una direzione politica o nell’altra.
Certo che le primarie nel Lazio, come nelle altre regioni,
avrebbero permesso di verificare se la Bonino intende, come sarebbe
auspicabile, essere la leader di tutti o solo di una parte della
coalizione. Ma dopo averle messe in statuto, la maggioranza del Pd
ha ritenuto che le regole potessero non essere rispettate. Infine
la decisione della maggioranza del Pd di stabilire una alleanza,
regione per regione, con l’Udc in vista di un più generale
allineamento alle prossime elezioni politiche rischia di
contraddire le ambizioni con cui il Pd era nato: quelle di unire il
riformismo di matrice cattolica con quello di matrice socialista.
L’ambizione è stata poi in concreto spesso ridotta a una fusione a
freddo tra ex-democristiani ed ex-comunisti. Ma stringere patti con
l’Udc, accettando implicitamente la definizione che questo partito
dà di sé stesso, rischia di riportare definitivamente tutti
indietro ai tempi in cui si parlava di un centro, chissà perché
«attento ai valori cattolici» e di una sinistra chissà perché
«laica». Da questo punto di vista gli effetti più duraturi sul voto
dei cattolici possono derivare più che dalla candidatura della
Bonino dalla strategia che il Pd pare perseguire in vista delle
prossime regionali e oltre.
(19 gennaio 2010)