Un paniere da ripensare
TRIESTE. Caro-euro per le famiglie e, al contempo,
calo dell’inflazione: un rebus, almeno in apparenza, difficile da
districare. Naturalmente è ovvio che la corsa dei prezzi sia stata
rallentata dalla recessione del 2009; ed è altrettanto probabile
che la sua coda velenosa, ovvero la disoccupazione, cloroformizzi
la dinamica inflattiva anche nel 2010.
Tuttavia, la percezione collettiva riguardo ai prezzi è diversa; la
questione, allora, è di capire come questa loro frenata per ”fiato
corto” economico si contabilizzi nei bilanci familiari; di
verificarne, insomma, la disuguaglianza nell’impatto; ossia se,
mentre alcuni di ciò si avvantaggino, o restino neutrali, altri, al
contrario, si trovino il bilancio-casa più ”leggero”.
E qui trova conferma il fatto che gli andamenti dei prezzi
impattano diversamente tra i vari segmenti sociali. Dipende, a
parità d’inflazione ”media”, dal relativo potere di mercato (o
capacità di traslazione dei propri costi su altri) di ciascuno di
essi che gli consente, invece di tenersi l’inflazione in casa, di ”c
acciarla fuori”; e analogo discorso vale per il cosiddetto potere
di ”fuga dal fisco”.
Insomma, il tasso d’inflazione statistico e quello
esistenziale/familiare possono divergere significativamente. Tant’è
che molta parte della società italiana percepisce quotidianamente
più l’inflazione che l’opposta disinflazione. E questo, pure
politicamente, è il problema. Secondo il nostro Istituto centrale
di statistica (Istat), e già di suo il dato è preoccupante,
mediamente la capacità di spesa è scesa in modo più che
proporzionale rispetto al rallentamento della corsa dei prezzi: il
che vuol dire che, sempre mediamente, si ha impoverimento ”reale”.
Ma dire ”mediamente” equivale a fare una, sebbene analiticamente
utilissima, metafora statistica: perché, per le considerazioni
prima svolte, i rapporti ”inflazione/tenore di vita” sono
molteplici come lo sono i ceti sociali.Più esattamente, l’impatto
inflattivo dipende dalla sociologia del Paese. Può essere quindi
utile che, al riguardo, l’Istat affini ulteriormente i propri
occhiali. Per capire: il costo della vita è calcolato costruendo
una sorta di ”borsa della spesa” statistica (paniere) delle
famiglie pure cercando di valutare il ”peso” di ogni bene nella
spesa medesima; poi se ne calcola il costo a partire da un anno
base; infine si rapporta a esso quello di analogo paniere degli
anni seguenti: il risultato è il tasso d’inflazione.
Conseguentemente, la significatività della rilevazione dell’a
ndamento dei prezzi dipende dalla qualità del paniere. Per il vero,
l’Istat di indici dei prezzi ne considera tre: il Nic, valido per
l'intera collettività; il Foi, uguale nel paniere ma riferito ai
consumi delle famiglie di operai e impiegati; infine l’Ipca che è l’
indice dei prezzi dell’Unione europea; ma molti analisti
suggeriscono che essi siano rimasti indietro rispetto all’e
voluzione socio-economica dell’Italia e che, in ragione di ciò, sia
opportuno aggiornarli al fine di meglio rappresentare l’impatto
prezzi/vita.
Diversamente, lo scollamento di percezione sociale tra inflazione ”p
ubblica” e quella percepita rischia di aggravarsi. D’altronde, e
questo rileva politicamente, consola poco, peggiorando la qualità
della vita, sapere che ufficialmente i prezzi calano. Oltretutto,
le Autorità per prime, essendo chiamate a provvedere in termini di
welfare, necessitano di informazioni il più precise possibile.
Però anche l’euro ha le sue colpe nel peggiorare i bilanci delle
famiglie, visto che il suo arrivo è coinciso con l’esplodere di
prezzi di alta rilevanza per il consumo sociale. Ecco perché la
vulgata popolare ”un euro = mille lire”, sebbene poco raffinata
statisticamente, ci prende abbastanza bene; a riprova il prezzo
della pizza Margherita passato da 7.000 lire a 7 euro: il doppio in
termini di cambio ufficiale.
Insomma, la traduzione artificiale (ovvero macchinosa e inflattiva)
dei prezzi dalla lira all’euro la si sarebbe potuta evitare se la
nuova valuta, l’euro, avesse convissuto dopo la sua introduzione
con le vecchie monete nazionali, lira compresa, a tassi di cambio
liberi; così, via mercato, si sarebbero impedite molte delle
distorsioni avvenute a danno dei consumatori. Ormai, però, è
impossibile tornare indietro.
Meglio, allora, ripartire da un’accurata analisi dell’attuale
impatto dei prezzi sul potere d’acquisto delle famiglie per poi
costruirvi, a seconda delle visioni politiche, politiche di welfare
adeguate. A patto di incominciare a riconoscere che oggi la febbre
inflattiva colpisce più di quanto i dati ufficiali sappiano
interpretare.
Francesco Morosini
(12 gennaio 2010)