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giovedì 18.03.2010 ore 22.59
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Un paniere da ripensare

TRIESTE. Caro-euro per le famiglie e, al contempo, calo dell’inflazione: un rebus, almeno in apparenza, difficile da districare. Naturalmente è ovvio che la corsa dei prezzi sia stata rallentata dalla recessione del 2009; ed è altrettanto probabile che la sua coda velenosa, ovvero la disoccupazione, cloroformizzi la dinamica inflattiva anche nel 2010.

Tuttavia, la percezione collettiva riguardo ai prezzi è diversa; la questione, allora, è di capire come questa loro frenata per ”fiato corto” economico si contabilizzi nei bilanci familiari; di verificarne, insomma, la disuguaglianza nell’impatto; ossia se, mentre alcuni di ciò si avvantaggino, o restino neutrali, altri, al contrario, si trovino il bilancio-casa più ”leggero”.

E qui trova conferma il fatto che gli andamenti dei prezzi impattano diversamente tra i vari segmenti sociali. Dipende, a parità d’inflazione ”media”, dal relativo potere di mercato (o capacità di traslazione dei propri costi su altri) di ciascuno di essi che gli consente, invece di tenersi l’inflazione in casa, di ”c acciarla fuori”; e analogo discorso vale per il cosiddetto potere di ”fuga dal fisco”.

Insomma, il tasso d’inflazione statistico e quello esistenziale/familiare possono divergere significativamente. Tant’è che molta parte della società italiana percepisce quotidianamente più l’inflazione che l’opposta disinflazione. E questo, pure politicamente, è il problema. Secondo il nostro Istituto centrale di statistica (Istat), e già di suo il dato è preoccupante, mediamente la capacità di spesa è scesa in modo più che proporzionale rispetto al rallentamento della corsa dei prezzi: il che vuol dire che, sempre mediamente, si ha impoverimento ”reale”.

Ma dire ”mediamente” equivale a fare una, sebbene analiticamente utilissima, metafora statistica: perché, per le considerazioni prima svolte, i rapporti ”inflazione/tenore di vita” sono molteplici come lo sono i ceti sociali.Più esattamente, l’impatto inflattivo dipende dalla sociologia del Paese. Può essere quindi utile che, al riguardo, l’Istat affini ulteriormente i propri occhiali. Per capire: il costo della vita è calcolato costruendo una sorta di ”borsa della spesa” statistica (paniere) delle famiglie pure cercando di valutare il ”peso” di ogni bene nella spesa medesima; poi se ne calcola il costo a partire da un anno base; infine si rapporta a esso quello di analogo paniere degli anni seguenti: il risultato è il tasso d’inflazione.


Conseguentemente, la significatività della rilevazione dell’a ndamento dei prezzi dipende dalla qualità del paniere. Per il vero, l’Istat di indici dei prezzi ne considera tre: il Nic, valido per l'intera collettività; il Foi, uguale nel paniere ma riferito ai consumi delle famiglie di operai e impiegati; infine l’Ipca che è l’ indice dei prezzi dell’Unione europea; ma molti analisti suggeriscono che essi siano rimasti indietro rispetto all’e voluzione socio-economica dell’Italia e che, in ragione di ciò, sia opportuno aggiornarli al fine di meglio rappresentare l’impatto prezzi/vita.

Diversamente, lo scollamento di percezione sociale tra inflazione ”p ubblica” e quella percepita rischia di aggravarsi. D’altronde, e questo rileva politicamente, consola poco, peggiorando la qualità della vita, sapere che ufficialmente i prezzi calano. Oltretutto, le Autorità per prime, essendo chiamate a provvedere in termini di welfare, necessitano di informazioni il più precise possibile.

Però anche l’euro ha le sue colpe nel peggiorare i bilanci delle famiglie, visto che il suo arrivo è coinciso con l’esplodere di prezzi di alta rilevanza per il consumo sociale. Ecco perché la vulgata popolare ”un euro = mille lire”, sebbene poco raffinata statisticamente, ci prende abbastanza bene; a riprova il prezzo della pizza Margherita passato da 7.000 lire a 7 euro: il doppio in termini di cambio ufficiale.

Insomma, la traduzione artificiale (ovvero macchinosa e inflattiva) dei prezzi dalla lira all’euro la si sarebbe potuta evitare se la nuova valuta, l’euro, avesse convissuto dopo la sua introduzione con le vecchie monete nazionali, lira compresa, a tassi di cambio liberi; così, via mercato, si sarebbero impedite molte delle distorsioni avvenute a danno dei consumatori. Ormai, però, è impossibile tornare indietro.

Meglio, allora, ripartire da un’accurata analisi dell’attuale impatto dei prezzi sul potere d’acquisto delle famiglie per poi costruirvi, a seconda delle visioni politiche, politiche di welfare adeguate. A patto di incominciare a riconoscere che oggi la febbre inflattiva colpisce più di quanto i dati ufficiali sappiano interpretare.

Francesco Morosini
(12 gennaio 2010)
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