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giovedì 18.03.2010 ore 03.28
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LA NUOVA CLASSE DIRIGENTE /3

Trieste e la nuova classe dirigente:
scelte politiche vanificate dai veti incrociati

Inchiesta sulla classe dirigente triestina: la terza puntata
di Paola Bolis
E così, se molte voci oggi additano la necessità che la classe politica - e dirigente in senso lato - faccia «massa critica» per spingere Trieste in direzione del futuro, altrettanto condiviso è il riconoscimento che verso un simile obiettivo resti ancora molta strada da fare. Perché - dice qualcuno - non è così facile mettere da parte vecchie divisioni e trasformare il dibattito ideologico - ma anche, più bassamente, quello legato a consolidate rendite di posizione - in una politica «pragmatica», al servizio cioè delle opportunità che alla città si offrono. Ma anche perché - osservano altri - nel momento della discesa in campo bisogna mettere in gioco se stessi e prendere infine decisioni che rischiano di ledere un consenso che nessuno vuole lasciarsi sfuggire.

E allora, ecco tornare in campo il valore di una politica che sappia farsi carico di scegliere affrontando anche il dissenso. Come dicono, da due posizioni decisamente differenti, Alessia Rosolen, classe 1970, capogruppo di An in consiglio comunale, e Maria Teresa Bassa Poropat, classe 1946, presidente della Provincia. «Io me ne sono convinta: il vero problema è il consenso», dice Bassa Poropat, docente alla facoltà di Psicologia cittadina, «nata» all’impegno politico quando Riccardo Illy nel 1996 la chiamò a fare parte della sua giunta comunale da assessore all’educazione, poi consigliere regionale con i Cittadini nel 2003 e a tutt’oggi, approdata da un anno a Palazzo Galatti, orgogliosamente «prestata alla politica», come si definisce. «Alla classe politica di questa città manca una visione strategica dello sviluppo futuro - riprende Bassa Poropat - ed è una mancanza legata alla preoccupazione del proprio mandato e della relativa riconferma. Se questa è l’ottica, è chiaro che come amministratore mi limiterò a impegnarmi in quelle poche cose che gratificano nell’i mmediato piuttosto che in progetti che non vedrò portati a compimento entro il mio mandato».


Di qui l’alternativa: «È chiaro - prosegue Bassa Poropat - che dobbiamo metterci in una prospettiva temporale e progettuale che vada oltre di noi, oltre una eventuale rielezione». E invece, «quando aldilà delle dichiarazioni si tratta di chiudere la partita, ecco che subentrano interferenze da parte politica: e siamo ai veti incrociati che frenano molte operazioni, e che sarebbero altrimenti incomprensibili», osserva Bassa Poropat inserendo in questo contesto il valore dei «non politici di professione». Anche se, ironizza Rosolen a proposito dell’e sperienza di Illy e dei Cittadini, «si tratta di persone talmente slegate dalla politica da avere fondato anche un partito». Su un punto però Rosolen, una militanza lunga una vita nel Fronte della gioventù, nel Msi e infine in An, concorda: «Assumersi le responsabilità delle scelte. Una direzione verso la quale anche nel governo cittadino An ha sempre spinto». Ma qual è il traguardo? Ed è, soprattutto, un traguardo condiviso? Le opinioni qui si divaricano. Rosolen, usando la metafora della medicina, va giù dritta: «Sulla diagnosi siamo tutti d’accordo, ma le ricette sono completamente diverse. Un esempio? La Ferriera: il presidente della Regione Riccardo Illy ora dice che si può chiudere perché ce ne sono le condizioni - malgrado secondo me le condizioni economiche della città da cinque anni in qua siano peggiorate - tornando così al punto in cui la situazione era stata lasciata dal centrodestra nel 2003. Ecco, ogni volta che cambia il sistema cambia il modo di curare il malato».

Eppure, interviene Stelio Spadaro, lo «stile» con il quale il dibattito politico viene oggi portato avanti in città è altro rispetto al passato. Segna un sentire comune sul quale poi, entrando nel merito, si potranno costruire percorsi e strategie. Ed è così «anche per i lunghi anni di lavoro che stanno alle spalle», dice lui, diessino ex comunista, l’uomo che nell’autunno del 1993 assieme a Tina Anselmi, allora commissario dell’agonizzante Dc, passò lunghe serate a Palazzo Diana per inventare una stagione nuova della politica - quella sganciata dalla «patologia nazionalista», come la definì - che si sarebbe poi concretizzata nel nome di Riccardo Illy. «Nelle dichiarazioni che esponenti di partito hanno reso sul futuro della città - annota Spadaro - non si usano più gli schemi da guerra civile adoperati per decenni. È un segnale molto positivo, perché il vecchio stile politico urlante ha impedito fin qui di cogliere il valore di Trieste, le tradizioni di civiltà dei triestini. Troppo spesso si è usato lo schema ”Trieste uguale città di conservatori, di nazionalisti, di esaltati o del no se pol” facendolo circolare per decenni come alibi per giustificare la mediocrità della politica. E certo l’orientamento dei cittadini è stato a lungo nella maggior parte di centrodestra, ma dall’altra parte - prosegue Spadaro - c’era un centrosinistra inaffidabile, troppe volte incapace per presunzione o per cecità ideologica di ascoltare le ragioni della città. Ma adesso - e penso a Riccardo Illy, a Claudio Boniciolli (presidente dell’Autorità portuale espresso dal centrosinistra, ndr) o a Roberto Cosolini (assessore regionale diessino, ndr ) - c’è una classe dirigente che sta modificando i riferimenti su cui Trieste politicamente può contare».
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