LA NUOVA CLASSE DIRIGENTE /3
Trieste e la nuova classe dirigente:
scelte politiche vanificate dai veti incrociati
Inchiesta sulla classe dirigente triestina: la terza puntata
di Paola Bolis
E così, se molte voci oggi additano la necessità che la classe
politica - e dirigente in senso lato - faccia «massa critica» per
spingere Trieste in direzione del futuro, altrettanto condiviso è
il riconoscimento che verso un simile obiettivo resti ancora molta
strada da fare. Perché - dice qualcuno - non è così facile mettere
da parte vecchie divisioni e trasformare il dibattito ideologico -
ma anche, più bassamente, quello legato a consolidate rendite di
posizione - in una politica «pragmatica», al servizio cioè delle
opportunità che alla città si offrono. Ma anche perché - osservano
altri - nel momento della discesa in campo bisogna mettere in gioco
se stessi e prendere infine decisioni che rischiano di ledere un
consenso che nessuno vuole lasciarsi sfuggire.
E allora, ecco tornare in campo il valore di una politica che
sappia farsi carico di scegliere affrontando anche il dissenso.
Come dicono, da due posizioni decisamente differenti, Alessia
Rosolen, classe 1970, capogruppo di An in consiglio comunale, e
Maria Teresa Bassa Poropat, classe 1946, presidente della
Provincia. «Io me ne sono convinta: il vero problema è il
consenso», dice Bassa Poropat, docente alla facoltà di Psicologia
cittadina, «nata» all’impegno politico quando Riccardo Illy nel
1996 la chiamò a fare parte della sua giunta comunale da assessore
all’educazione, poi consigliere regionale con i Cittadini nel 2003
e a tutt’oggi, approdata da un anno a Palazzo Galatti,
orgogliosamente «prestata alla politica», come si definisce. «Alla
classe politica di questa città manca una visione strategica dello
sviluppo futuro - riprende Bassa Poropat - ed è una mancanza legata
alla preoccupazione del proprio mandato e della relativa
riconferma. Se questa è l’ottica, è chiaro che come amministratore
mi limiterò a impegnarmi in quelle poche cose che gratificano nell’i
mmediato piuttosto che in progetti che non vedrò portati a
compimento entro il mio mandato».
Di qui l’alternativa: «È chiaro - prosegue Bassa Poropat - che
dobbiamo metterci in una prospettiva temporale e progettuale che
vada oltre di noi, oltre una eventuale rielezione». E invece,
«quando aldilà delle dichiarazioni si tratta di chiudere la
partita, ecco che subentrano interferenze da parte politica: e
siamo ai veti incrociati che frenano molte operazioni, e che
sarebbero altrimenti incomprensibili», osserva Bassa Poropat
inserendo in questo contesto il valore dei «non politici di
professione». Anche se, ironizza Rosolen a proposito dell’e
sperienza di Illy e dei Cittadini, «si tratta di persone talmente
slegate dalla politica da avere fondato anche un partito». Su un
punto però Rosolen, una militanza lunga una vita nel Fronte della
gioventù, nel Msi e infine in An, concorda: «Assumersi le
responsabilità delle scelte. Una direzione verso la quale anche nel
governo cittadino An ha sempre spinto». Ma qual è il traguardo? Ed
è, soprattutto, un traguardo condiviso? Le opinioni qui si
divaricano. Rosolen, usando la metafora della medicina, va giù
dritta: «Sulla diagnosi siamo tutti d’accordo, ma le ricette sono
completamente diverse. Un esempio? La Ferriera: il presidente della
Regione Riccardo Illy ora dice che si può chiudere perché ce ne
sono le condizioni - malgrado secondo me le condizioni economiche
della città da cinque anni in qua siano peggiorate - tornando così
al punto in cui la situazione era stata lasciata dal centrodestra
nel 2003. Ecco, ogni volta che cambia il sistema cambia il modo di
curare il malato».
Eppure, interviene Stelio Spadaro, lo «stile» con il quale il
dibattito politico viene oggi portato avanti in città è altro
rispetto al passato. Segna un sentire comune sul quale poi,
entrando nel merito, si potranno costruire percorsi e strategie. Ed
è così «anche per i lunghi anni di lavoro che stanno alle spalle»,
dice lui, diessino ex comunista, l’uomo che nell’autunno del 1993
assieme a Tina Anselmi, allora commissario dell’agonizzante Dc,
passò lunghe serate a Palazzo Diana per inventare una stagione
nuova della politica - quella sganciata dalla «patologia
nazionalista», come la definì - che si sarebbe poi concretizzata
nel nome di Riccardo Illy. «Nelle dichiarazioni che esponenti di
partito hanno reso sul futuro della città - annota Spadaro - non si
usano più gli schemi da guerra civile adoperati per decenni. È un
segnale molto positivo, perché il vecchio stile politico urlante ha
impedito fin qui di cogliere il valore di Trieste, le tradizioni di
civiltà dei triestini. Troppo spesso si è usato lo schema ”Trieste
uguale città di conservatori, di nazionalisti, di esaltati o del no
se pol” facendolo circolare per decenni come alibi per giustificare
la mediocrità della politica. E certo l’orientamento dei cittadini
è stato a lungo nella maggior parte di centrodestra, ma dall’altra
parte - prosegue Spadaro - c’era un centrosinistra inaffidabile,
troppe volte incapace per presunzione o per cecità ideologica di
ascoltare le ragioni della città. Ma adesso - e penso a Riccardo
Illy, a Claudio Boniciolli (presidente dell’Autorità portuale
espresso dal centrosinistra, ndr) o a Roberto Cosolini (assessore
regionale diessino, ndr ) - c’è una classe dirigente che sta
modificando i riferimenti su cui Trieste politicamente può
contare».