LA NUOVA EUROPA E TRIESTE - 7
Pola guarda a Ovest e lamenta: Trieste è sorda
di Pierluigi Sabatti
«Trieste, e chi la vedi?» Il vicesindaco italiano di Pola, Fabrizio
Radin, non ha esitazioni a rispondere, quando lo si interroga sui
rapporti della sua città con il capoluogo giuliano. Camminando
incessantemente nel suo ufficio, un po’ lugubre con i mobili tutti
neri, anche se illuminato da sciabolate di sole che filtrano dalle
imposte, nell’elegante palazzo municipale (anno 1296), spiega che
da Trieste non è arrivata nessuna iniziativa economica. «Abbiamo
imprenditori di altre parti d’Italia – rileva –, Lombardia, Emila
Romagna, Veneto, ma da Trieste niente. C’era stato qualche contatto
con le «Generali» ma non se n’è fatto nulla. «Solo noi italiani –
continua Radin, che è anche presidente della Comunità nazionale –
ha contatti con Trieste perchè c’è l’Università popolare».
Ricordiamo che l’Università popolare di Trieste (UpT) è l’ente che
cura dagli Anni Sessanta i rapporti tra l’Italia e la minoranza
italiana in Slovenia e Croazia, gestendo i fondi del governo di
Roma. Rapporti intensissimi che riguardano soprattutto il settore
scolastico, ma non solo, anche la costruzione o la ristrutturazione
delle sedi della Comunità (a proposito quella di Pola è
assolutamente splendida), la formazione culturale con concerti,
conferenze, viaggi di studio e iniziative varie.
Tutte attività che calamitano gli appartenenti al gruppo nazionale
italiano, che a Pola sono circa cinquemila, verso la città
giuliana. Va detto che recentemente si assiste a un fiorire di
richieste d’iscrizione alla Comunità italiana anche da parte di
persone che proprio italiane non sarebbero perchè hanno bisogno di
acquisire la cittadinanza italiana, il «passaporto» per diventare
cittadini europei. Perchè c’è purtroppo un aspetto curioso, se
vogliamo qualificarlo così, che riguarda la comunità italiana
divisa dal confine istriano: i connazionali in Slovenia sono
cittadini europei, dopo l’ingresso di Lubiana nella comunità,
mentre i connazionali che vivono in Croazia sono extra-comunitari,
esattamente come gli albanesi o i tunisini.
Ma tornando al rapporto con Trieste, Radin aggiunge che c’è qualche
contatto a livello istituzionale: «Proprio nella sede della
Comunità italiana ospitiamo l’ufficio per la Euroregione». Si
tratta del progetto avviato dal presidente del Friuli Venezia
Giulia, Riccardo Illy, per creare un’entità che ricomprenda aree di
Paesi diversi, come il Veneto e il Friuli Venezia Giulia in Italia,
la Carinzia austriaca, il Litorale sloveno (ma in questo caso è
tutto da vedere perchè la Slovenia non ha ancora realizzato la
suddivisione in regioni, peraltro richiesta dall’Ue) e appunto l’I
stria. Un progetto che trova tra i suoi sostenitori più entusiasti
il presidente istriano Ivan Nino Jakovcic. Secondo Radin è
necessario riprendere i contatti tra le due città: «L’Adriatico è
la risorsa che abbiamo in comune», avverte.
Ma, lascia capire, che da Trieste non arrivano segnali di
interesse. «È una città in cui mi sento meglio che a Fiume o a
Zagabria» afferma un connazionale al circolo italiano. Però ormai
le occasioni per andarci stanno diminuendo. Non si va più a
comprare perchè ormai si trova tutto a casa. E neanche la Ipsilon
istriana, che ormai congiunge Pola con il confine croato-sloveno
sulla Dragogna, serve perchè si sta rivelando insufficiente, oltre
che pericolosa, tanto che già si profila il raddoppio. «Tra le due
città c’è una sordità assurda – afferma la gallerista Gorka Cvajner
– abbiamo storia, cultura, economia in comune e non siamo riusciti
a instaurare un rapporto. Ed è una città che io amo moltissimo,
trovo che sia bellissima e sono contenta di andarci».
Una mancanza di rapporto che affonda le sue radici nel dramma di
sessant’anni fa, quando Pola venne svuotata e molti suoi cittadini
si trasferirono proprio a Trieste con il loro retaggio di dolore,
rabbia e frustrazione. Però, come conferma la professoressa Silvana
Vruss, presidente della Dante Alighieri e responsabile del settore
cultura della Comunità, oggi i rapporti con gli esuli sono
eccellenti. A testimoniarlo le cerimonie fatte insieme in questi
ultimi anni per ricordare la strage di Vergarolla (oltre 70 morti e
un centinaio di feriti) dell’agosto 1946, su cui regna ancora il
mistero, che comunque accelerò l’esodo dell’anno successivo.
«Quello che manca è la volontà politica di avviare o riavviare
questo rapporto» rileva la scrittrice Nalida Milani, autrice con
Anna Maria Mori dello splendido libro «Bora» dedicato proprio a
quegli anni tremendi visti da chi è andato e da chi è rimasto, e di
tante altre opere, oltre che ex docente alla facoltà di magistero
di Pola.