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domenica 21.03.2010 ore 00.38
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LA NUOVA EUROPA E TRIESTE - 10

Parte da Istanbul la grande autostrada del mare

di Silvio Maranzana
Prosegue il viaggio nelle città e nelle capitali della nuova Europa legate a Trieste da storia, tradizioni e consuetudini, oppure accomunate a noi da nuove prospettive soprattutto nell’ambito degli scambi commerciali e culturali grazie alla prossima caduta dei confini. Dopo Vienna, Lubiana, Zagabria, Fiume, Pola e Budapest, oggi è la volta di Istanbul e non è affatto un’aberrazione.

Quella che fu la capitale dell’impero ottomano e che sorge su due continenti: Europa e Asia, ha antichi legami con Trieste che recentemente sono stati rinsaldati grazie a una trafficatissima rotta commerciale via mare e all’insediarsi in città di nuovi immigrati. Trieste fa così quasi da apripista per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea. I negozianti sono iniziati, ma la questione si è fatta scottante dopo le proteste per il discorso del Papa a Ratisbona che inaspettatamente proprio in Turchia hanno segnato le reazioni più violente. Il Pontefice ha però confermato il suo viaggio a Istanbul, Ankara e Efeso dal 28 al 30 novembre.

Se avete la corrente dietro di voi, se vi fate trascinare lateralmente come un granchio verso i battelli, Istanbul vi passa piano piano davanti». Nessuno meglio del celebre scrittore Orhan Pamuk sa descrivere Istanbul, la sua città, ma nessuna città meglio di Istanbul è così vicina all’altra faccia di Trieste, quella un po’ nascosta e dimenticata, eppure altrettanto presente di quella mitteleuropea, mille volte più decantata. Se Trieste è qua dove l’O ccidente incomincia a farsi Oriente, Istanbul sta dove l’Oriente comincia a farsi Occidente: in mezzo lo stesso mare che tutto mischia e tutto unisce.

Trovare qualcuno che parli male di Istanbul è la più disperata delle imprese giornalistiche. «Si sta talmente bene che mi sento turco», dice Gian Paolo Papa, triestino di Istanbul. «È una città meravigliosa dove non manca nulla», aggiunge Roberto Lorenzon, altro triestino di Istanbul. Bisogna andare tra i curdi che fanno i lustrascarpe e che hanno un occhio di riguardo per gli italiani che hanno ospitato Ocalan, tra gli oppositori del governo gettati nelle carceri, tra i discendenti degli armeni trucidati. Ma forse nemmeno là nessuno maledice Istanbul, ma solo il governo turco. Pamuk era stato incriminato per aver parlato di quel genocidio, così com’è stata poi processata la scrittice Elif Shamak. Le assoluzioni se arrivano, arrivano per la lungimiranza dei giudici, non ancora in virtù della democratizzazione del Paese che si ostina a mantenere nella sua Costituzione quel famigerato articolo 301 che punisce «chi insulta la Patria o le forze armate». Ma il nuovo articolo 306 punisce in particolare chi chiede il ritiro dei militari da Cipro o dichiara che il genocidio degli armeni non ha avuto luogo. Tant’è che la procura ha aperto un nuovo processo a danno di un altro scrittore di origini armene, Hrant Dink chiedendone la condanna a tre anni.


Al museo militare della città dopo innumerevoli manichini e plastici dedicati alle imprese dei sultani e ampi spazi per le opere di Mustafa Kemal Ataturk, il padre della patria turca verso il quale ufficialmente sopravvive ancora uno sfrenato culto della personalità fatto anche di striscioni sui palazzi e immagini nelle scuole e in ogni ufficio, un intero settore è riservato a quello che viene definito «il terrorismo dei separatisti». Sono riportate foto di cadaveri di bambine straziati in attentati. Un manifesto riproduce accostate la bandiera della Grecia e quella del Pkk, il Partito dei lavoratori curdi e vuole testimoniare il sostegno che i greci offrirebbero ai terroristi. «Ma oggi il problema curdo non è più grave di quello che recentemente sono stati l’Ira per la Gran Bretagna e i baschi per la Spagna», dicono all’unisono Papa e Lorenzon.

A Taksim, il quartiere più vivace, la vita non si ferma mai e i locali sono aperti tutta la notte. Palazzi senza insegne nascondono ascensori che salgono per decine e decine di metri. Credi di uscire tra quattro mure e invece lo sguardo spazia su una sky-line più bella di quella di New-York perché immutata da centinaia di anni: la Moschea blu, Topkapi, decine di altre moschee e più giù il ponte di Galata. Le terrazze di ristoranti e bar a picco sopra il Bosforo brulicano di ragazze turche poco vestite all’occidentale con sigarette accese, turisti incerti tra macchine digitali e sis kebab, uomini d’affari che sorseggiano pornstar, che altro non è che il nome di un cocktail e la libertà di un sigaro in un locale pubblico preclusa nel loro Paese. Non è tutto così nella zona vecchia della città, accanto all’area dell’ex ippodromo dell’impero bizantino da dove furono trafugati i cavalli finiti sulla basilica di San Marco a Venezia. Qui le ragazze turche portano tutte il velo e siedono sui divanetti.
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