LA NUOVA EUROPA E TRIESTE - 10
Parte da Istanbul la grande autostrada del mare
di Silvio Maranzana
Prosegue il viaggio nelle città e nelle capitali della nuova Europa
legate a Trieste da storia, tradizioni e consuetudini, oppure
accomunate a noi da nuove prospettive soprattutto nell’ambito degli
scambi commerciali e culturali grazie alla prossima caduta dei
confini. Dopo Vienna, Lubiana, Zagabria, Fiume, Pola e Budapest,
oggi è la volta di Istanbul e non è affatto un’aberrazione.
Quella che fu la capitale dell’impero ottomano e che sorge su due
continenti: Europa e Asia, ha antichi legami con Trieste che
recentemente sono stati rinsaldati grazie a una trafficatissima
rotta commerciale via mare e all’insediarsi in città di nuovi
immigrati. Trieste fa così quasi da apripista per l’ingresso della
Turchia nell’Unione europea. I negozianti sono iniziati, ma la
questione si è fatta scottante dopo le proteste per il discorso del
Papa a Ratisbona che inaspettatamente proprio in Turchia hanno
segnato le reazioni più violente. Il Pontefice ha però confermato
il suo viaggio a Istanbul, Ankara e Efeso dal 28 al 30 novembre.
Se avete la corrente dietro di voi, se vi fate trascinare
lateralmente come un granchio verso i battelli, Istanbul vi passa
piano piano davanti». Nessuno meglio del celebre scrittore Orhan
Pamuk sa descrivere Istanbul, la sua città, ma nessuna città meglio
di Istanbul è così vicina all’altra faccia di Trieste, quella un po’
nascosta e dimenticata, eppure altrettanto presente di quella
mitteleuropea, mille volte più decantata. Se Trieste è qua dove l’O
ccidente incomincia a farsi Oriente, Istanbul sta dove l’Oriente
comincia a farsi Occidente: in mezzo lo stesso mare che tutto
mischia e tutto unisce.
Trovare qualcuno che parli male di Istanbul è la più disperata
delle imprese giornalistiche. «Si sta talmente bene che mi sento
turco», dice Gian Paolo Papa, triestino di Istanbul. «È una città
meravigliosa dove non manca nulla», aggiunge Roberto Lorenzon,
altro triestino di Istanbul. Bisogna andare tra i curdi che fanno i
lustrascarpe e che hanno un occhio di riguardo per gli italiani che
hanno ospitato Ocalan, tra gli oppositori del governo gettati nelle
carceri, tra i discendenti degli armeni trucidati. Ma forse nemmeno
là nessuno maledice Istanbul, ma solo il governo turco. Pamuk era
stato incriminato per aver parlato di quel genocidio, così com’è
stata poi processata la scrittice Elif Shamak. Le assoluzioni se
arrivano, arrivano per la lungimiranza dei giudici, non ancora in
virtù della democratizzazione del Paese che si ostina a mantenere
nella sua Costituzione quel famigerato articolo 301 che punisce
«chi insulta la Patria o le forze armate». Ma il nuovo articolo 306
punisce in particolare chi chiede il ritiro dei militari da Cipro o
dichiara che il genocidio degli armeni non ha avuto luogo. Tant’è
che la procura ha aperto un nuovo processo a danno di un altro
scrittore di origini armene, Hrant Dink chiedendone la condanna a
tre anni.
Al museo militare della città dopo innumerevoli manichini e
plastici dedicati alle imprese dei sultani e ampi spazi per le
opere di Mustafa Kemal Ataturk, il padre della patria turca verso
il quale ufficialmente sopravvive ancora uno sfrenato culto della
personalità fatto anche di striscioni sui palazzi e immagini nelle
scuole e in ogni ufficio, un intero settore è riservato a quello
che viene definito «il terrorismo dei separatisti». Sono riportate
foto di cadaveri di bambine straziati in attentati. Un manifesto
riproduce accostate la bandiera della Grecia e quella del Pkk, il
Partito dei lavoratori curdi e vuole testimoniare il sostegno che i
greci offrirebbero ai terroristi. «Ma oggi il problema curdo non è
più grave di quello che recentemente sono stati l’Ira per la Gran
Bretagna e i baschi per la Spagna», dicono all’unisono Papa e
Lorenzon.
A Taksim, il quartiere più vivace, la vita non si ferma mai e i
locali sono aperti tutta la notte. Palazzi senza insegne nascondono
ascensori che salgono per decine e decine di metri. Credi di uscire
tra quattro mure e invece lo sguardo spazia su una sky-line più
bella di quella di New-York perché immutata da centinaia di anni:
la Moschea blu, Topkapi, decine di altre moschee e più giù il ponte
di Galata. Le terrazze di ristoranti e bar a picco sopra il Bosforo
brulicano di ragazze turche poco vestite all’occidentale con
sigarette accese, turisti incerti tra macchine digitali e sis
kebab, uomini d’affari che sorseggiano pornstar, che altro non è
che il nome di un cocktail e la libertà di un sigaro in un locale
pubblico preclusa nel loro Paese. Non è tutto così nella zona
vecchia della città, accanto all’area dell’ex ippodromo dell’impero
bizantino da dove furono trafugati i cavalli finiti sulla basilica
di San Marco a Venezia. Qui le ragazze turche portano tutte il velo
e siedono sui divanetti.