Il primo mais transgenico italiano
seminato in Friuli Venezia Giulia
Sconfitto il ministero dell'Agricoltura: il primo mais ogm prodotto in Italia verrà seminato a Vivaro, paesino in provincia di Pordenone, da un gruppo di agricoltori friulani che ha ottenuto il via libera alla semina da parte del Consiglio di Stato
di Martina Milia
TRIESTE. Il primo mais geneticamente modificato,
prodotto in Italia, arriverà da Vivaro, un paesino di mille anime
in provincia di Pordenone. Arriverà dai campi di un gruppo di
agricoltori friulani – Silvano Dalla Libera, Giorgio Fidenato,
Duilio Campagnolo – che più di qualcuno ha snobbato quando, nel
2004, hanno fondato l’associazione Futuragra. Convinti da sempre
che Ogm sia sinonimo di «sano» e in quanto tale vada quanto meno
sperimentato, gli agricoltori hanno portato avanti la loro causa
promuovendo un ricorso al Tar (intentato a nome di Dalla Libera)
contro l’ostruzionismo del ministero dell’Agricoltura.
LA SVOLTA Non si sono fermati nemmeno davanti al
vizio di forma sollevato dal tribunale e sono ricorsi in appello
davanti al Consiglio di Stato. Il 19 gennaio la sentenza: le
sementi potranno essere piantate e lo stato avrà tre mesi per
provvedere alla richiesta degli agricoltori. La portata della
decisione va ben oltre i confini del Friuli Venezia Giulia per cui
la partita è tutt’altro che chiusa. C’è già chi annuncia ricorsi in
cassazione e chi chiama in causa il governo. Loro, gli agricoltori
di Vivaro, non la daranno vinta a nessun Golia.
LA BATTAGLIA Nel 2006, quando Futuragra chiese al
ministero dell’Agricoltura il via libera alla messa a coltura di
mais Ogm - forte del fatto che le varietà per le quali veniva
richiesta l'autorizzazione erano già iscritte nel catalogo comune
europeo e dunque non c’erano ostacoli di carattere sanitario o
ambientale (come da articolo 23, direttiva 18/2001) che
giustificassero un intervento precauzionale dello Stato membro in
termini di divieto o di limitazione della coltivazione - non arrivò
risposta. Su sollecitazione dell’associazione, che minacciò di
mettere in mora lo Stato, il ministero (nel 2007) respinse la
richiesta motivando la decisione con l’assenza di piani di
«coesistenza», ovvero una pianificazione che preveda modalità per
piantare colture Ogm e colture tradizionali senza pericoli di
contaminazioni.
IL RICORSO Da lì – non essendoci ancora la class
action – l’associazione decise di promuovere un ricorso al Tar e lo
portò avanti Silvano Dalla Libera, vicepresidente dell’a
ssociazione. Il Tar rigettò per vizio di forma (secondo il
tribunale il ricorso andava portato avanti anche contro la regione
colpevole di non aver provveduto al piano di coesistenza) ma questo
non ha fermato gli agricoltori. L’appello al Consiglio di Stato,
presentato nel 2008, è arrivato a sentenza il 19 gennaio e ha dato
ragione a Futuragra.
LE REAZIONI Futuragra brinda e, di fronte a nuovi
ostacoli da Roma, potrebbe «presentare ricorso per l'ottemperanza e
chiedere la nomina di un commissario ad Acta». Il presidente
Campagnolo parla di «sentenza inequivocabile: seminare Ogm è un
diritto degli agricoltori e le linee guida sulla coesistenza non
sono e non potranno essere un ostacolo all'innovazione». Meno
diplomatico il segretario Giorgio Fidenato secondo il quale «è
stata vinta una battaglia di diritto, senza l’appoggio dei
sindacati che anche questa volta non sono stati dalla parte degli
agricoltori».
(30 gennaio 2010)