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lunedì 22.03.2010 ore 00.52
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I guardiani del soccorso

di Fabio Mini
I presidenti americani Clinton e Bush si sono uniti al presidente Obama per aiutare Haiti. L’Unione europea si è mobilitata all’i nsegna del coordinamento. La Cina di Hu Jintao è già sul posto con gli esperti che si sono fatti le ossa nel terribile terremoto di Wenchou del 2008. L’Italia sostiene l’Europa e schiera la consueta generosità e l’efficacia della protezione civile e delle forze armate. Cuba ha deciso di autorizzare il traffico americano da e per Guantanamo consentendo il rapido intervento di forze da quella base, nota più per la vergognosa prigione che per le eccellenti strutture sanitarie e logistiche.

L’Onu ha sull’isola un contingente militare dal 2004 e dovrebbe garantire la sicurezza per la transizione a un regime democratico. Oggi ci sono circa 8500 soldati e poliziotti di 45 Paesi, sono costati 500 milioni di dollari, non controllano nulla e sono tra le vittime del disastro. Le parole d’ordine dell’impegno internazionale per Haiti e dell'inaspettata coesione tra i tre presidenti americani un tempo rivali sono molto semplici: unità e coordinamento. Sono parole scontate, ma ogni Paese ha dovuto verificarne la difficoltà di realizzazione sia nell’emergenza che nelle fasi successive.

In America l’uragano Katrina mise allo scoperto la disorganizzazione locale e l’impreparazione delle forze d’e mergenza, oltre all’inefficienza della macchina federale oberata dalla burocrazia e dagli impegni nelle guerre all’estero. In Cina, la macchina dei soccorsi di emergenza funzionò grazie all’eroico impegno dei soldati, ma rivelò le corruzioni e le inadempienze dell’ edilizia pubblica. In Italia, mentre si scoprono le magagne precedenti ai disastri, nascono le preoccupazioni per le infiltrazioni mafiose e la corruzione nella ricostruzione. Ogni disastro, in ogni Paese, è diventato il momento più drammatico e palese di verifica della saldezza e della trasparenza del sistema politico e amministrativo.


L’efficienza dello Stato e l’onestà di chi lo dirige non si misurano più con le dichiarazioni ufficiali, le opere annunciate e le ripetute inaugurazioni di fronte a telecamere compiacenti. Bisogna aspettare le emergenze per sapere se le istituzioni pagate dai contribuenti per prevenire e intervenire funzionano, se ci sono state disonestà precedenti e cosa ci si deve attendere nel futuro. Nei disastri che muovono armi e portaerei, le emergenze denunciano anche le mire politiche ed economiche internazionali e preannunciano gli eventi successivi.

Lo Tsunami indonesiano ha visto l’intervento delle portaerei americane in uno sforzo umanitario appannato dal sospetto che i marines sbarcati nella provincia ribelle di Aceh facessero gli interessi dei loro petrolieri. Lo Tsunami ha anche gettato sul lastrico migliaia di pescatori dalla Malesia alla Somalia che, senza aiuti, si sono trovati costretti a lavorare per i gruppi criminali della pirateria, del contrabbando o dello ”smaltimento” di rifiuti pericolosi.
Nel caso di Haiti le preoccupazioni sono tante e non solo perché le costruzioni non hanno resistito al terremoto. È crollata la struttura sociale e istituzionale, fragile e corrotta, creata, tollerata o ignorata dalla comunità internazionale. Il terremoto ha colpito un Paese poverissimo che negli ultimi 17 anni (Clinton e Bush alla guida del mondo) ha subìto colpi di stato, rivolte, dittatura militare, sanzioni internazionali, elezioni truccate, corruzione e un costante gioco internazionale rivolto a stabilirne dall’esterno il destino.

I cambi di regime e le interferenze socio-economiche non si sono curate della contestuale corruzione delle forze armate, della rapacità della polizia e dei leader politici, della violenza dei gruppi paramilitari e criminali e della disperazione della gente costretta a vendere i propri bambini. Ora Haiti è di nuovo in emergenza ed è senza Stato e senza strutture. Ci sono centinaia di migliaia di morti, pericoli d’epidemie, sciacalli, rivoltosi, criminali evasi dalle prigioni crollate e fame. Sono necessari gli aiuti di tutti e devono essere coordinati perché la sovrabbondanza non serva a ingolfare il sistema d’intervento e a ingrassare i profittatori che in queste occasioni si disfano delle merci avariate e dei medicinali scaduti o alimentano il mercato nero con gli aiuti pagati dai governi e dai privati.

Il coordinamento deve anche assicurare che ciò che si spende sia giustificato da ciò che si dona. Sono necessarie forze serie che garantiscano l’ordine e la legalità. Ed è necessario che Haiti non venga abbandonata. Castro, Hu e gli europei stanno facendo la loro parte. Clinton, Bush e Obama sono d'accordo nel dichiarare che l’i mpegno per Haiti sarà ”lungo”. Dopo la tetra prospettiva della ”l unga Guerra” in Iraq e Afghanistan quella di una ”lunga solidarietà” per Haiti è fonte di speranza. Bisogna donare, ma in questi casi la solidarietà si esprime anche vigilando.
(18 gennaio 2010)
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