I guardiani del soccorso
di Fabio Mini
I presidenti americani Clinton e Bush si sono uniti al presidente
Obama per aiutare Haiti. L’Unione europea si è mobilitata all’i
nsegna del coordinamento. La Cina di Hu Jintao è già sul posto con
gli esperti che si sono fatti le ossa nel terribile terremoto di
Wenchou del 2008. L’Italia sostiene l’Europa e schiera la consueta
generosità e l’efficacia della protezione civile e delle forze
armate. Cuba ha deciso di autorizzare il traffico americano da e
per Guantanamo consentendo il rapido intervento di forze da quella
base, nota più per la vergognosa prigione che per le eccellenti
strutture sanitarie e logistiche.
L’Onu ha sull’isola un contingente militare dal 2004 e dovrebbe
garantire la sicurezza per la transizione a un regime democratico.
Oggi ci sono circa 8500 soldati e poliziotti di 45 Paesi, sono
costati 500 milioni di dollari, non controllano nulla e sono tra le
vittime del disastro. Le parole d’ordine dell’impegno
internazionale per Haiti e dell'inaspettata coesione tra i tre
presidenti americani un tempo rivali sono molto semplici: unità e
coordinamento. Sono parole scontate, ma ogni Paese ha dovuto
verificarne la difficoltà di realizzazione sia nell’emergenza che
nelle fasi successive.
In America l’uragano Katrina mise allo scoperto la
disorganizzazione locale e l’impreparazione delle forze d’e
mergenza, oltre all’inefficienza della macchina federale oberata
dalla burocrazia e dagli impegni nelle guerre all’estero. In Cina,
la macchina dei soccorsi di emergenza funzionò grazie all’eroico
impegno dei soldati, ma rivelò le corruzioni e le inadempienze dell’
edilizia pubblica. In Italia, mentre si scoprono le magagne
precedenti ai disastri, nascono le preoccupazioni per le
infiltrazioni mafiose e la corruzione nella ricostruzione. Ogni
disastro, in ogni Paese, è diventato il momento più drammatico e
palese di verifica della saldezza e della trasparenza del sistema
politico e amministrativo.
L’efficienza dello Stato e l’onestà di chi lo dirige non si
misurano più con le dichiarazioni ufficiali, le opere annunciate e
le ripetute inaugurazioni di fronte a telecamere compiacenti.
Bisogna aspettare le emergenze per sapere se le istituzioni pagate
dai contribuenti per prevenire e intervenire funzionano, se ci sono
state disonestà precedenti e cosa ci si deve attendere nel futuro.
Nei disastri che muovono armi e portaerei, le emergenze denunciano
anche le mire politiche ed economiche internazionali e
preannunciano gli eventi successivi.
Lo Tsunami indonesiano ha visto l’intervento delle portaerei
americane in uno sforzo umanitario appannato dal sospetto che i
marines sbarcati nella provincia ribelle di Aceh facessero gli
interessi dei loro petrolieri. Lo Tsunami ha anche gettato sul
lastrico migliaia di pescatori dalla Malesia alla Somalia che,
senza aiuti, si sono trovati costretti a lavorare per i gruppi
criminali della pirateria, del contrabbando o dello ”smaltimento”
di rifiuti pericolosi.
Nel caso di Haiti le preoccupazioni sono tante e non solo perché le
costruzioni non hanno resistito al terremoto. È crollata la
struttura sociale e istituzionale, fragile e corrotta, creata,
tollerata o ignorata dalla comunità internazionale. Il terremoto ha
colpito un Paese poverissimo che negli ultimi 17 anni (Clinton e
Bush alla guida del mondo) ha subìto colpi di stato, rivolte,
dittatura militare, sanzioni internazionali, elezioni truccate,
corruzione e un costante gioco internazionale rivolto a stabilirne
dall’esterno il destino.
I cambi di regime e le interferenze socio-economiche non si sono
curate della contestuale corruzione delle forze armate, della
rapacità della polizia e dei leader politici, della violenza dei
gruppi paramilitari e criminali e della disperazione della gente
costretta a vendere i propri bambini. Ora Haiti è di nuovo in
emergenza ed è senza Stato e senza strutture. Ci sono centinaia di
migliaia di morti, pericoli d’epidemie, sciacalli, rivoltosi,
criminali evasi dalle prigioni crollate e fame. Sono necessari gli
aiuti di tutti e devono essere coordinati perché la sovrabbondanza
non serva a ingolfare il sistema d’intervento e a ingrassare i
profittatori che in queste occasioni si disfano delle merci
avariate e dei medicinali scaduti o alimentano il mercato nero con
gli aiuti pagati dai governi e dai privati.
Il coordinamento deve anche assicurare che ciò che si spende sia
giustificato da ciò che si dona. Sono necessarie forze serie che
garantiscano l’ordine e la legalità. Ed è necessario che Haiti non
venga abbandonata. Castro, Hu e gli europei stanno facendo la loro
parte. Clinton, Bush e Obama sono d'accordo nel dichiarare che l’i
mpegno per Haiti sarà ”lungo”. Dopo la tetra prospettiva della ”l
unga Guerra” in Iraq e Afghanistan quella di una ”lunga solidarietà”
per Haiti è fonte di speranza. Bisogna donare, ma in questi casi
la solidarietà si esprime anche vigilando.
(18 gennaio 2010)