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lunedì 15.03.2010 ore 18.36
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Cinque poesie per la sorellina sparita nell’inferno di Auschwitz

Daniel Vogelmann è figlio di un sopravvissuto alla Shoah: «Mia sorella si chiamava Sissel, in yiddish vuol dire dolce»
di Roberto Dedenaro
TRIESTE. Daniel Vogelmann è il fondatore e l'anima della casa Editrice Giuntina di Firenze, specializzata in titoli di argomento ebraico, ma è anche il protagonista di una storia personale particolare e complessa, quella di essere il figlio di un sopravvissuto alla tragedia della Shoah, il racconto della storia della sua famiglia è anche, in parte, quello degli ebrei europei nella bufera del '900.
Alla sorella mai conosciuta Vogelmann ha dedicato cinque struggenti liriche.

In queste delicatissime e bellissime poesie si legge anche la storia della sua famiglia che deve essere una storia particolare, da dove veniva suo padre?

«Mio padre Schulim Vogelmann era nato nella cittadina di Przemyslany nel lontano 1903 - spiega Daniel Vogelmann -. Per la verità, pare che sia “nato su un treno mentre la città bruciava”, come recitava la prima frase delle sue memorie, che purtroppo rimasero a questa prima frase quando nel 1974 il suo cuore malato si stancò di battere. Allora io avevo “soltanto” ventisei anni e anche per questo di mio padre so purtroppo molto poco. Przemyslany era nella Galizia orientale, non lontano da Tarnopol, non lontano da Leopoli, ossia Lemberg, ossia Lvov. Faceva ancora parte dell’i mpero austro-ungarico, come Trieste. Poi sarebbe diventata polacca, sovietica, ucraìna. Ma, prima di diventare sovietica, il 23 maggio 1943 era stata dichiarata judenrein: tutti i suoi seimila ebrei erano stati sterminati dai tedeschi. La famiglia di mio padre aveva comunque lasciato la Galizia già all’inizio della prima guerra mondiale, e si era stabilita a Vienna, la capitale dell’impero. Qui, per una banale (oggi) appendicite, era morta la nonna Sissel. Finita la guerra, mio zio Mordekhai era andato a completare i suoi studi rabbinici a Zurigo, mentre il nonno Nachum con la figlia Miriam erano tornati in Polonia. Mio padre Schulim, che aveva poco più di quindici anni e non mancava di coraggio, giocò invece la carta sionista e si imbarcò (probabilmente a Trieste) per la Palestina».


E Firenze quando appare ?
«Nel frattempo, un altro ebreo polacco, il rabbino capo di Firenze Shemuel Zvi Margulies, incontrò mio zio a un congresso sionistico in Svizzera e lo invitò a venire a Firenze per insegnare Talmud al Collegio Rabbinico. Fu quindi abbastanza naturale che anche mio padre, stanco dell’esperienza sionistica, approdasse poco tempo dopo nella città del giglio. Era il 1922, la città era bellissima e apparentemente tranquilla; c’erano soltanto degli esagitati vestiti di nero, ma chiaramente non avrebbero avuto futuro... Il problema, per mio padre, era quello di trovare un lavoro che gli permettesse di osservare il Sabato, cosa tutt’altro che facile a quei tempi. E qui entrò in scena il terzo ebreo polacco di questa storia familiare: il celebre libraio antiquario ed editore Leo Samuel Olschki, proprietario anche della Tipografia Giuntina. Olschki assunse il giovane correligionario come compositore a mano e poi, nel 1928, lo nominò direttore della tipografia. Dopo qualche anno mio padre sposò Anna Disegni, figlia del rabbino di Torino Dario Disegni, e nel 1935 la coppia festeggiò la nascita di una bella bambina: Sissel (che in yiddish vuol dire dolce). Mio padre, Anna e Sissel cercarono di fuggire in Svizzera, ma al confine furono arrestati dalla polizia fascista e poi spediti proprio in Polonia, ad Auschwitz. La mamma e la bambina furono subito eliminate nelle camere a gas, mio padre fu immesso nel campo e diventò il numero 173484».

E quindi solo suo padre sopravvisse ad Auschwitz...
«“Perché mi sono salvato io e non i miei cari, e non i sei milioni?”, si domandava spesso mio padre, roso da un ingiustificato senso di colpa, anche se sapeva che non c’era un perché. O meglio ce n’erano molti. Mio padre, quando fu internato, aveva quarant’a nni, aveva un fisico robusto, conosceva bene lo yiddish e il tedesco e discretamente il polacco (aveva venduto una mezza razione di pane per una grammatica polacca), e soprattutto era un Facharbeiter, un operaio specializzato, un tipografo (sappiamo bene che fine facevano gli inutili intellettuali...). Ma la ragione fondamentale – lui lo sapeva bene – aveva un altro nome: una immensa fortuna, il destino...
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