Cinque poesie per la sorellina sparita nell’inferno di Auschwitz
Daniel Vogelmann è figlio di un sopravvissuto alla Shoah: «Mia sorella si chiamava Sissel, in yiddish vuol dire dolce»
di Roberto Dedenaro
TRIESTE. Daniel Vogelmann è il fondatore e l'anima
della casa Editrice Giuntina di Firenze, specializzata in titoli di
argomento ebraico, ma è anche il protagonista di una storia
personale particolare e complessa, quella di essere il figlio di un
sopravvissuto alla tragedia della Shoah, il racconto della storia
della sua famiglia è anche, in parte, quello degli ebrei europei
nella bufera del '900.
Alla sorella mai conosciuta Vogelmann ha dedicato cinque struggenti
liriche.
In queste delicatissime e bellissime poesie si legge anche la
storia della sua famiglia che deve essere una storia particolare,
da dove veniva suo padre?
«Mio padre Schulim Vogelmann era nato nella cittadina di
Przemyslany nel lontano 1903 - spiega Daniel Vogelmann -. Per la
verità, pare che sia “nato su un treno mentre la città bruciava”,
come recitava la prima frase delle sue memorie, che purtroppo
rimasero a questa prima frase quando nel 1974 il suo cuore malato
si stancò di battere. Allora io avevo “soltanto” ventisei anni e
anche per questo di mio padre so purtroppo molto poco. Przemyslany
era nella Galizia orientale, non lontano da Tarnopol, non lontano
da Leopoli, ossia Lemberg, ossia Lvov. Faceva ancora parte dell’i
mpero austro-ungarico, come Trieste. Poi sarebbe diventata polacca,
sovietica, ucraìna. Ma, prima di diventare sovietica, il 23 maggio
1943 era stata dichiarata judenrein: tutti i suoi seimila ebrei
erano stati sterminati dai tedeschi. La famiglia di mio padre aveva
comunque lasciato la Galizia già all’inizio della prima guerra
mondiale, e si era stabilita a Vienna, la capitale dell’impero.
Qui, per una banale (oggi) appendicite, era morta la nonna Sissel.
Finita la guerra, mio zio Mordekhai era andato a completare i suoi
studi rabbinici a Zurigo, mentre il nonno Nachum con la figlia
Miriam erano tornati in Polonia. Mio padre Schulim, che aveva poco
più di quindici anni e non mancava di coraggio, giocò invece la
carta sionista e si imbarcò (probabilmente a Trieste) per la
Palestina».
E Firenze quando appare ?
«Nel frattempo, un altro ebreo polacco, il rabbino capo di
Firenze Shemuel Zvi Margulies, incontrò mio zio a un congresso
sionistico in Svizzera e lo invitò a venire a Firenze per insegnare
Talmud al Collegio Rabbinico. Fu quindi abbastanza naturale che
anche mio padre, stanco dell’esperienza sionistica, approdasse poco
tempo dopo nella città del giglio. Era il 1922, la città era
bellissima e apparentemente tranquilla; c’erano soltanto degli
esagitati vestiti di nero, ma chiaramente non avrebbero avuto
futuro... Il problema, per mio padre, era quello di trovare un
lavoro che gli permettesse di osservare il Sabato, cosa tutt’altro
che facile a quei tempi. E qui entrò in scena il terzo ebreo
polacco di questa storia familiare: il celebre libraio antiquario
ed editore Leo Samuel Olschki, proprietario anche della Tipografia
Giuntina. Olschki assunse il giovane correligionario come
compositore a mano e poi, nel 1928, lo nominò direttore della
tipografia. Dopo qualche anno mio padre sposò Anna Disegni, figlia
del rabbino di Torino Dario Disegni, e nel 1935 la coppia festeggiò
la nascita di una bella bambina: Sissel (che in yiddish vuol dire
dolce). Mio padre, Anna e Sissel cercarono di fuggire in Svizzera,
ma al confine furono arrestati dalla polizia fascista e poi spediti
proprio in Polonia, ad Auschwitz. La mamma e la bambina furono
subito eliminate nelle camere a gas, mio padre fu immesso nel campo
e diventò il numero 173484».
E quindi solo suo padre sopravvisse ad Auschwitz...
«“Perché mi sono salvato io e non i miei cari, e non i sei
milioni?”, si domandava spesso mio padre, roso da un ingiustificato
senso di colpa, anche se sapeva che non c’era un perché. O meglio
ce n’erano molti. Mio padre, quando fu internato, aveva quarant’a
nni, aveva un fisico robusto, conosceva bene lo yiddish e il
tedesco e discretamente il polacco (aveva venduto una mezza razione
di pane per una grammatica polacca), e soprattutto era un
Facharbeiter, un operaio specializzato, un tipografo (sappiamo bene
che fine facevano gli inutili intellettuali...). Ma la ragione
fondamentale – lui lo sapeva bene – aveva un altro nome: una
immensa fortuna, il destino...