Cattolici e politica una nuova sfida
di Stefano Allievi
TRIESTE. La candidatura di Emma Bonino alla
Regione Lazio apre una sfida culturale e politica nuova, per molte
ragioni. Una di queste è che essa costringe a ripensare, su basi
diverse, il rapporto dei cattolici con la politica, e non solo nel
Partito Democratico. La candidatura è di per sé spendibile e
plausibile: la Bonino ha una caratura politica, e di persona capace
di servire le istituzioni, fuori discussione. Lo ha dimostrato come
commissario europeo e come ministro della repubblica. Ed è
probabilmente la migliore candidatura possibile, per il
centro-sinistra, in questo momento: l'unica in grado di dare del
filo da torcere alla candidata del centro-destra, pure una figura
anomala, che farebbe della sfida laziale, non solo perché tra due
donne, una partita di straordinario interesse. Tuttavia il nome di
Emma Bonino, e quello dei radicali, produce discussione all'interno
del mondo cattolico.
Qualcuno, nel Pd, ha già minacciato di andarsene, se la Bonino
fosse la candidata della coalizione. Si pensi alla teodem Binetti,
e a qualche altro, come Castagnetti, che ha manifestato fastidio.
Ma esponenti popolari di grande prestigio, come Marini, hanno avuto
invece parole lusinghiere nei confronti della candidata. Dunque,
qual è lo stato della questione? Innanzitutto, il punto di
partenza. Che è la pessima figura fatta dai cattolici in politica
alla guida della regione Lazio. Marrazzo cattolico lo era: e, dopo
lo scandalo che lo ha giustamente travolto, il fatto che abbia
chiesto scusa al Papa ma non ai suoi elettori è la dimostrazione di
un senso dello stato e delle istituzioni assai vicino allo zero.
Che rende poco credibile la posizione di quei cattolici che si
arrogano il diritto di dare patenti di legittimità morale ad altri.
Ma c'è di più.
Verissimo che su divorzio, aborto, e ultimamente con il testamento
biologico, i radicali hanno ribadito posizioni etiche opposte a
quelle della Chiesa cattolica. Ma siamo certi che siano anche
posizioni avversate dai cattolici? Il risultato dei referendum di
allora testimonia che non è così. Ma anche sul caso Englaro i
cattolici, come hanno dimostrato i sondaggi del periodo, si
dividevano sostanzialmente a metà, come i laici. Era la Chiesa, e i
teodem, che facevano vedere una posizione sola: creando qualche
problema non solo di visibilità delle posizione altre, ma di
democrazia al loro interno.
E ancora, i teodem davvero rappresentano i cattolici del
centrosinistra? La risposta è un secco no. La Binetti è una
miracolata del 'porcellum' elettorale. Con il sistema delle
preferenze non sarebbe mai entrata in Parlamento: non, almeno, nel
PD, dove l'elettorato cattolico, pur presente, non si identifica
affatto con le sue posizioni. E la sua uscita, per passare magari
con Rutelli (egli pure, dopo tutto, un ex leader radicale: segno
che le vie del Signore sono davvero infinite), pur non auspicabile,
rappresenterebbe in questo senso un elemento di chiarezza. I
cattolici del PD sono piuttosto rappresentati da Marino e
Franceschini, l'uno ex segretario e l'altro candidato tale, e
quindi tutt'altro che invisibili o marginali, che dalle posizioni
solitarie della Binetti.
Ma c'è di più. La partita è davvero sul ruolo dei cattolici in
politica. La lunga stagione del card. Ruini ha il demerito storico
di aver portato la Conferenza Episcopale a diventare essa stessa un
attore politico, in prima persona. Questa scelta ha portato alla
marginalizzazione dei politici cattolici, ridotti a meri esecutori
della volontà della Chiesa. Si è uccisa così la grande stagione del
cattolicesimo politico: che, da Sturzo a De Gasperi a Moro, lungi
dall'essere marginale, è stata il cuore stesso della fondazione
della repubblica, il cui esito più solido, a testimonianza di
questo ruolo, è la Costituzione repubblicana (e, a livello europeo,
il processo di unificazione: che vede politici cattolici come
promotori - da Adenauer a De Gasperi a Schuman - e un loro
straordinario peso come leaders dell'unione, da Delors a Prodi).