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giovedì 18.03.2010 ore 22.58
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LA NUOVA EUROPA E TRIESTE - 9

Budapest e Trieste, un legame che non va spezzato

di Giulio Garau
L’appuntamento con Zwack è un’opportunità eccezionale, e come gli eventi rari arriva di sorpresa, combinato solo poche ore prima con l’intermediazione del figlio, Sandor, nato in Italia, vicepresidente alla Camera di commercio italo-ungherese, numero due del vertice dell’ente, il triestino Alessandro Stricca. Fabbrica e museo sono in un quartiere a poca distanza dal Danubio, quel cordone ombelicale che ancora tiene unito idealmente il vecchio impero Austro-ungarico, Budapest Vienna e giù sino ai Balcani, ma c’ è anche un cordone ideale che non smette di unire tradizioni, pensiero ma soprattutto relazioni tra la stessa Trieste, lo storico porto dell’Impero e Budapest.

Un filo che si intravede girando tra le vie del centro. Ad ogni passo, portone dopo portone, casa dopo casa, grazie all’aria familiare delle geometrie urbanistiche asburgiche, il pensiero ritorna di continuo nella città giuliana. «Quando sono arrivato non sapevo nemmeno una parola di italiano, non avevo un soldo in tasca. Solo un contatto in città con un banchiere, amico di famiglia: il barone George Ullmann. L’ho chiamato, mi ha dato il benvenuto e poi mi ha chiesto se per caso avevo con me uno smoking. La sera ci sarebbe stato un grande ballo in onore dell’ammiraglio inglese. Ho detto che avevo solo i vestiti che indossavo. Ci ha pensato lui.

E così ho trascorso il mio primo giorno di vita libero, a Trieste, andando la sera a un ballo, non mi ricordo dove. Era bellissimo». I ricordi scorrono veloci, Zwack li ripercorre ricercando le immagini con lo sguardo in lontananza e con un sorriso velato. Il periodo della «dolce vita» ma senza soldi a Roma assieme all’amico Bela Dreher (quello della famiglia che con Anton ha legato il suo nome alla birra, continua il filo che riporta a Trieste), «mangiavamo zucchero con il limone rubato nei bar e stavamo distesi a letto nella pensione Svizzera in via Gregoriana per non perdere energie» racconta. Poi il padre che scappa dall’Ungheria nascondendosi in un camion russo con in tasca la ricetta segreta dell’amaro Unicum «In Ungheria avevamo lasciato quella falsa a uno zio. Hanno continuato a produrlo falso fino all’87». Ride Zwack e intanto la storia si arricchisce di particolari, intrecci e diventa fantastica.


Il viaggio di Peter continua a Genova, c’è l’incontro con il padre: «Siamo partiti alla volta degli Stati Uniti, eravamo a bordo del Vulcania, il comandante era un triestino. Non me lo ricordo bene il nome, forse era Gladulich». Da lì ricominciano le fortune degli Zwack che diventano cittadini americani. Arriva il primo matrimonio di Peter, la conoscenza con le famiglie dell’establishment americano («giocavo a tennis con Bobby Kennedy»), fino alla «causa storica» contro il governo Ungherese per riprendersi l’azienda, intentata da New York. «L’abbiamo vinta – racconta Zwack – e un sacco di gente ha seguito le nostre orme».

La vita riserva sorprese, Zwack torna in Italia, si sposa per la seconda volta, tocca a una ragazza inglese: a Firenze nascono Sandor e Isabella «loro sono italiani». I tempi sono maturi per il rientro in Ungheria, c’è un invito per il proprietario della Unicum: «avevano bisogno di noi per le riforme». Il rientro nell’8 7, il primo a rientrare dopo la fuga nell’Ungheria ancora comunista: il muro di berlino non era ancora caduto. Zwack stavolta gioca a tennis con i membri di governo comunisti: «Non sapevano, come Gorbaciov, che le cose sarebbero cambiate completamente».

Per Zwack è un rientro trionfale, diventa primo ambasciatore della Repubblica Ungherese a Washington, rientra dopo 2 anni a Budapest e rileva la sua industria ricomprandola: «1400 operai, 12 fabbriche sparse per l’Ungheria. Ora sono solo 300 gli operai e tre fabbriche con una bellissima distilleria di Palinka a sud di Budapest». Una forza in Ungheria visto che la Unicum è la numero 1 del mercato (occupa una porzione del 40%) con la vendita di oltre 3 milioni di litri di amaro, pari a 5 milioni di bottiglie. Zwack diventa senatore per 6 anni, «l’unico indipendente» precisa con orgoglio, poi per 2 anni passa al partito liberale. Il filo con Trieste rischia di spezzarsi, non si trova più il capo. La porta dello studio di Zwack si apre improvvisamente, entra una segretaria con due caffè, il viso dell’industriale si illumina, lancia uno sguardo di sfida: «Gradisce un caffè? Prego è Illy, credo lo conosca. Io e tutti qui in fabbrica non beviamo altro».
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