Bonifiche parliamone
di Roberto Morelli
Quasi mai la strada giudiziaria riesce a risolvere i problemi, ma
in questo caso può essere un buon viatico. Ben vengano cause e
sentenze a dirimere il groviglio della bonifica delle aree
inquinate nella zona industriale di Trieste. Il primo fioccare di
pronunce dal Palazzo di giustizia ha sortito due effetti positivi:
ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica la più grave
zavorra esistente per lo sviluppo economico della città, e ha
impresso un’accelerazione forse decisiva alla sua soluzione.
La vicenda è intricata e tediosa, ed eviteremo di funestare il
lettore con un riepilogo tecnico che ai tecnici è meglio lasciare.
Ci limitiamo all’osso, che consiste in una follia italiana e in un
peccato originale del Comune. La follia fu un proposito faraonico
di bonifica dei territori industriali inquinati nel Paese, figlio
delle migliori intenzioni ma alimentato dal furore irrefrenabile
che spinge il nostro legislatore da un estremo all’altro. Si
pretese che dall’oggi al domani, nei terreni e nelle falde
sottostanti alle fabbriche, anziché un ragionevole rispetto dell’a
mbiente si adottassero irrealistici parametri da riserva
faunistica. Il peccato originale del Comune fu quello di estendere
al massimo, nel 2003, il perimetro dell’area definita inquinata
(1.700 ettari), nella speranza che fiumi di denaro dallo Stato
avrebbero risolto d’incanto il degrado della zona
industriale.
A farla breve, da sette anni non vi si batte più un chiodo, né di
fatto nuova azienda può insediarsi, finché non sarà misurato l’i
nquinamento dei terreni (procedura costosa) e bonificati quelli non
in regola (procedura costosissima). Chi paga? È l’oggetto attuale
del contendere. Facciamo a metà con le imprese, dice lo Stato. Ma
chi non ha inquinato non paghi, ribattono le imprese. E le prime
sentenze, promosse da alcune aziende battistrada, stanno dando
ragione a quest’ultime. Ed è davvero difficile dargli torto.
Benché l’avvocatura dello Stato stia facendo il volto feroce (il
che è una sorta di dovere d’ufficio), minacciando di trascinare in
giudizio 353 imprese se non firmeranno l’accordo, la recente
sentenza del Tar che ha parzialmente accolto un ricorso dell’Eni ha
posto dei punti fermi inconfutabili. Paga chi sta inquinando o ha
inquinato.
Ma è inconcepibile chiedere a un’azienda di cui non sia accertata
la responsabilità di risarcire un danno che non ha causato. È all’o
pposto di un principio del diritto, del codice civile e finanche -
se si volesse contestare un reato ambientale - della Costituzione,
che esclude la responsabilità oggettiva nell'ambito penale. È equo,
semmai, che la pubblica amministrazione che ha fatto la bonifica
ottenga dal proprietario incolpevole un indennizzo, pari al maggior
valore di mercato che la bonifica ha apportato al suo terreno: ma
nulla di più.
Sia come sia, l’impressione è che l’accavallarsi delle sentenze, e
il fatto stesso che dai due lati della barricata vi siano dei
soggetti pubblici (lo Stato di qua, gli enti locali di là),
spingerà a una soluzione. Che, ahinoi, è solo questione di soldi:
tanti soldi. Saremmo tentati d’avanzare una proposta più radicale e
dirompente, quella che il Comune torni sui suoi passi e chieda una
riduzione del perimetro corrispondente all’area effettivamente
inquinata. Ma ci vorrebbe un atto con forza di legge, una volontà
politica coesa, lo scoperchiamento di un vaso di Pandora: in altre
parole, è impossibile.
Nel bailamme di questa vicenda, c’è un altro punto positivo:
finalmente se ne parla con l’importanza che merita.
In anni in cui il Nord Italia è saturo d'insediamenti industriali e
le imprese si volgono ai nuovi mercati dell’Est, che Trieste si
ritrovi con terreni liberi a profusione e non possa offrirli alle
aziende, perché inidonei a coltivarci i cavoletti, è una beffa
sconfortante. Che la classe politica triestina se ne sia occupata
così poco fino a ieri, sconforta ancor più. È meglio tardi che mai.
Ma se proseguiamo a cincischiare, tardi diventerà mai.
(18 gennaio 2010)