La guerra di Rita: "È un omicidio"
di Paolo Rumiz
Rita Nardi, 63 anni, friulana, vedova di Gualtiero, operaio dei
cantieri di Monfalcone ucciso dal mesotelioma da amianto, guida
appassionatamente l'associazione degli esposti all'amianto della
città. Una testimonianza dura, per la quale non servono
commenti.
Quando è morto suo marito, signora?
«Alla vigilia di natale di dieci anni fa, dopo un'agonia
tremenda».
E quando si è accorto di essere
ammalato?
«Il 14 ottobre del '94, cinque giorni dopo essere andato in
pensione, con trentacinque anni di lavoro. Aveva 52 anni. Aveva
cominciato da ragazzo. Una volta in cantiere si entrava
giovanissimi».
Era attaccato al suo lavoro?
«Tantissimo. Tutte le grandi navi degli anni Ottanta erano passate
per le sue mani».
Chi vi ha dato la diagnosi?
«Per un po' abbiamo brancolato nel buio. Nessuno ci diceva
la cosa giusta. Poi siamo stati all'ospedale di Udine, gli hanno
dato un'occhiata e subito gli hanno chiesto: ‘ma lei dove
lavorava?' Io mi sono sentita gelare. Ho capito che la malattia
veniva dal cantiere, e dunque era una cosa grave».
Poi è arrivata la conferma?
«Sì. Gli hanno fatto una biopsia e il mesotelioma è venuto fuori
subito. Per noi sono cominciati quattro anni infernali».
Lui sapeva del pericolo?
«Sapeva? Era terrorizzato... Aveva visto morire tanti compagni.
Sapeva di essere esposto alla stessa malattia, ma si sa, uno crede
sempre di essere risparmiato. Ma la vita non risparmia nessuno. Con
l'amianto non c'è speranza».
Anni terribili.
«Chi ha assistito a quel tipo di morte, chi vede quanta fatica,
quanto dolore bisogna pagare per andarsene in pace, vive il resto
della vita in un altro modo. Morire così, per un toco de pan... Non
c'è consolazione. Creda».
Chi vi ha aiutato?
«Ho incontrato tanta bella gente solidale, ma le
istituzioni erano assenti, eravamo soli e senza aiuti. Non sapevamo
dove sbattere la testa».
Quando ha pensato di battersi contro questa
piaga?
«Durante la malattia di Gualtiero. Leggevo, cercavo di
capire. Mi rifiutavo di pensare che tutto questo fosse dovuto a
incuria. Lo guardavo soffrire e pensavo: quando non ci sarai più,
mi batterò per te, per la dignità della tua memoria».
Poi lui è morto.
«Sì, e allora sono andata aall'ospedale San Polo di
Monfalcone e ho scoperto che c'era una stanzetta con su scritto:
associazione esposti all'amianto. Sono entrata e ho detto: come è
possibile, qua si muore e non succede niente...»
Che risposta ha avuto?
«Poveracci, erano quattro gatti e nessuno dava loro una mano. Non
avevano santi in paradiso, figurarsi se avevano soldi per buoni
avvocati».
E allora?
«Allora ho cominciato a muovermi da sola. Conoscevo un solo
politico, Antonaz, che è delle nostre parti. Gli ho scritto, e mi
ha dato i primi consigli».
Come si è formato il gruppo?
«I morti e i malati erano sicuramente tantissimi, ma
non potevamo avere in nomi per via dei vincoli della privacy. Così
ci siamo mossi per conto nostro, andando casa per casa, talvolta
affrontando bruschi rifiuti».
E ce l'avete fatta.
«Se volemo podemo... Ho imparato che bisogna credere e battersi. La
fine di mio marito mi dava una forza incredibile, e di fronte a
quella memoria non c'era ostacolo che tenesse».
Qualcuno si è messo di mezzo?
«Non importava, non andavamo avanti lo stesso. Stando
attenti alle notizie, ai necrologi, ai racconti. Così è nata la
nostra forza».
Come avete sbloccato la sordità del
potere?
«Incontri, comunicati, dichiarazioni, interviste, denunce per
omicidio colposo, e alla fine vistosi sit-in. Lentamente la gente
ha smesso di rimuovere. Si sa, quando si tratta di malattie,
nessuno ci pensa volentieri».
Ora le cose si sono messe in moto sul serio.
«Importante è stato l'intervento del presidente
Napolitano. Quando è venuto in regione abbiamo chiesto un incontro
e lui ce l'ha dato. Gli abbiamo detto che la giustizia tardava
troppo e lui deve avere dato qualche lavata di capo alla persona
giusta».
E la Procura regionale?
«Ah questo Deidda è un grand'uomo. Ci ha ascoltato con pazienza, e
soprattutto con rispetto. In pochi mesi il suo gruppo d'indagine ha
fatto un lavoro incredibile. Non si sono fermati di fronte a
niente».