Il sottosegretario De Mistura: Serbia nell’Ue senza diktat

Il sottosegretario: «Basta la normalizzazione, non il riconoscimento del Kosovo». Beni abbandonati in Croazia: «Stiamo lavorando»

    di Mauro Manzin

    TRIESTE. Fare politica estera in punta di piedi, lavorare ma in silenzio, senza clamori perché così i risultati si ottengono forse prima e meglio. È questa la “filosofia operativa” del sottosegratrio agli Esteri Staffan de Mistura che però sotto l’aspetto del gentiluono inglese di fine secolo, molto politically correct, nasconde il suo spirito dalmata, capace di improvvise e rapide sfuriate come quella che in India, nella vicenda dei due marò italiani, lo portò quasi alla rissa con le autorità giudiziarie dello Stato del Kerala. Ma tant’è: «Parce domine quia dalamata sum», affermava già San Girolamo. Profondo conoscitore della storia jugoslava si appassiona quando si parla degli avvenimenti nell’area balcanica.

    La Serbia ha ottenuto lo status di Paese in via di adesione all’Ue. Ma pochi giorni fa a Belgrado il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz ha dichiarato che Belgrado entrerà in Europa solo se riconoscerà l’indipendenza del Kosovo, mentre, poche ore più tardi, il commissario all’Allargamento Stefan Fuele ha precisato al premier serbo Ivica Da›i„ che Bruxelles chiede solo la normalizzazione dei rapporti il che non significa riconoscimento. Come si pone l’Italia di fronte a questa vicenda?

    È nell’interesse dell’Italia e dell’Europa di avere la Serbia nel contesto europeo e la nostra politica attuale è quella di facilitare e favorire il ritorno della Serbia democratica nell’ambito europeo. Detto questo, è necessario che si trovino delle formule per affrontare quello che è comunque diventato un problema quasi anacronistico ossia la tensione verso il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo.

    Quindi l’Italia è in linea con la posizione espressa dalla Commissione Ue?

    Certo, è la posizione più vicina alla realtà.

    La Croazia diventerà la ventottesima stella d’Europa il 1 luglio del 2013. Noi però abbiamo ancora un contenzioso aperto con Zagabria che è quello dei beni abbandonati. Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi in un’intervista al Piccolo, poco tempo fa, ha detto che l’Italia sta valutando la possibilità di chiedere una rivalutazione ai valori attuali di quei 110 milioni di dollari pattuti con l’allora Jugoslavia come risarcimento dei beni negli Accordi di Roma del 1981...

    Stiamo lavorando, come ha detto il ministro Terzi, affinchè si trovi una formula di questo tipo, ma non entro nelle questioni negoziali che sono in corso e riguardano molti soggetti.

    Con l’ingresso della Croazia nell’Unione europea gli equilibri geopolitici dell’area cambiano un’altra volta e la Slovenia sta rispondendo con qualche ritrosia a questo mutamento di scenario...

    L’importante è che tutte le nazioni che sono nostre vicine e che hanno un ruolo cruciale in quel territorio abbiano l’opportunità di essere coinvolte in campo europeo. Questo nel loro e nel nostro interesse. Quindi comprendo che ci siano problemi ancora da risolvere, ma la tendenza, la nostra volontà è di facilitare un percorso nella direzione che ho appena menzionato.

    Cambiamo scenario. Come mai la Russia si ostina così pervicacemente a difendere il regime di Assad?

    Quando rivolgiamo questa domanda alle autorità di Mosca queste ci danno tre risposte: loro ritengono che c’è il pericolo di una implosione fondamentalista nel Paese; nella loro esperienza sulla Libia hanno avuto la chiara sensazione che la comunità internazionale sia andata molto più avanti di quanto era stato concordato, si trattava di salvare Bengasi, invece è cambiato il regime; non menzionano la loro base militare, ma non è detto che un futuro governo di Damasco non gliela possa confermare.

    Come replicate a simili osservazioni?

    Anche se fosse così come la vedono loro, ogni giorno che passa sta portando sempre più vicino l’implosione del Paese comunque in una deriva fondamentalista con l’infiltrazione di gruppi di Al Qaeda. E questo è un motivo di più perché una soluzione si trovi al più presto con anche il contributo della Russia.

    E veniamo al caso che lei ha seguito in prima persona, ossia la vicenda dei nostri due marò prigionieri in India. In questo periodo se ne parla poco. Che prospettive ci sono?

    Se ne parla meno perché anche noi in qualche maniera vogliamo evitare che la politica del Kerala, che ha avuto purtroppo troppa influenza su questa vicenda, si ecciti sull’argomento e di conseguenza stiamo cercando tutti di far sì che la soluzione si trovi per via giuridica ma efficacemente.

    Quindi meno se ne parla meglio è?

    Che se ne parli poco per noi non è un male eccetto per una cosa: è importantissimo non dimenticarli e quindi apprezzo quando i deputati o i senatori parlano e attirano l’attenzione sul caso. Noi non facciamo dichiarazioni per non svegliare, non voglio dire un can che dorme, ma una questione che diventa politica.

    Come stanno i nostri due militari?

    Stanno bene, sono in un albergo, mangiano cibo italiano, hanno avuto la visita delle loro famiglie, ma sorpattutto hanno vista rispettata la loro dignità e per noi questo è un fattore importantissimo.

    A marzo sembrava dovessero finire in una galera con detenuti comuni...

    Il 1 di marzo ho avuto un confronto quasi fisico da parte mia con le autorità penitenziare del Kerala perché tentavano proprio di metterli in una prigione comune, il che sarebbe stato inaccettabile e inammissibile. Ora da lì a oggi siamo in una situazione molto diversa, loro sono dignitosamente trattati.

    Ma tutto ciò non basta....

    No, non basta, devono tornare a casa loro in Italia. È una questione di giustizia, è un fatto di rispetto nei confronti di tutti i nostri militari impegnati nelle missioni internazionali all’estero.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    15 settembre 2012
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