Una casa comune per le culture da fare a Trieste

Progetto ambizioso elaborato dallo scrittore che adesso viene tradotto anche in sloveno

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    di Alessandro Mezzena Lona

    Raccontare Trieste agli sloveni. Per provare a far sentire meno lontani due popoli che, da sempre, sono così vicini. E la Trieste che racconta Mauro Covacich è tutto meno che la città fossilizzata nelle diffidenze, nei luoghi comuni, nel rispecchiarsi in un passato che non passa mai. Ma questa volta, lo scrittore triestino lo fa grazie alla traduzione che Vasja Bratina ha curato per il mercato editoriale della Slovenia del suo libro “Trieste sottosopra”, uscito per Laterza nel 2006. Che, in questa nuova edizione, suona “Trst, obrnjen na glavo (Petnajst sprehodov po mestu vetra)”. Rispettando il titolo originale e aggiungendo, a mo’ di sottotitolo, “Quindici passeggiate per la città del vento”.

    Un racconto, quello di Covacich, che va al di là dei muri mentali, che ancora separano i triestini dagli sloveni. Che parla a chi non ragiona più come se il confine fosse ancora lì, a dividere. A fare le funzioni del muro invalicabile. Perché questo viaggio per le strade della città, sospeso tra passato e futuro, spalanca una finestra al sogno di una nuova Europa. In cui Trieste possa svolgere di nuovo il ruolo di casa ospitale per culture, etnie, lingue, religioni diverse.

    E proprio pensando al nuovo ruolo nell’Europa di oggi e di domani, che Trieste fatica a trovare, Mauro Covacich ha deciso di dedicare alla sua città, dove ritorna spesso anche se ormai vive a Roma, un progetto importante intitolato “Metacarso”. Che, se andasse in porto, potrebbe creare qui un osservatorio permanente delle culture. Coinvolgendo Premi Nobel, artisti e scrittori tra i più importanti al mondo.

    Sarebbe una nuova tappa nell’evoluzione artistica di Covacich scrittore. Che, conclusa proprio l’anno scorso la sua ideale quadrilogia formata da “A perdifiato”, “Fiona”, “Prima di sparire” e al bellissimo romanzo conclusivo “A nome tuo” (preceduto dal videoracconto “L’umiliazione delle stelle”), si sente pronto a risarcire la sua città per tutto quello che le ha dato. Con quello che lui chiama “romanzo orale”.

    Una bella soddisfazione, ma anche una bella responsabilità questa traduzione. Raccontare Trieste agli sloveni: così vicini, così lontani...

    «Negli ultimi anni triestini e sloveni hanno lavorato molto. Gemellaggi, accordi bilaterali, sentieri dei poeti. Tutto per raschiare via l'odio del secolo scorso. Anch'io credo di aver dato il mio piccolo contributo. Questa traduzione è un passo in più».

    Il muro del confine non c'è più ormai da anni. Molte cose ci dividono ancora: ma che cosa e perché?

    «Non basta abbattere un muro: la memoria è un fiume che attraversa le generazioni. E' fatta di ricordi diversi, contraddittori, che fanno ancora scintille. Non è forse sintomatico che la maggioranza dei triestini di nazionalità italiana non sappia parlare lo sloveno pur essendoci tra questi molti come me che hanno avi sloveni? Dobbiamo trovare nuove forme condivise per raccontarci il passato».

    Una pista ciclabile parte da San Giacomo, cuore di Trieste, e arriva fino in Slovenia. Come dire, il cordone ombelicale ci sarebbe...

    «La ciclabile è bellissima, ce l'ho sotto casa, la faccio ogni volta che posso. Ma ora secondo me serve allargare il dibattito al mondo che sta fuori. La Venezia Giulia è un caso esemplare della complessità europea, non ha senso che triestini e sloveni si avvitino in una disputa autoreferenziale».

    La cultura non potrebbe cementare le città che stanno attorno al Carso? Lei un progetto ce l'ha pronto.

    «Sì, la scorsa estate ho elaborato un progetto per una riflessione pubblica in vista del centenario della prima guerra mondiale. Vorrei far nascere a Trieste un osservatorio permanente sulle culture chiamato Metacarso. Qualcosa che già nel nome indichi un oltrepassamento delle vecchie posizioni e delle discussioni che le hanno caratterizzate. Sangue, radici, lingua, identità di frontiera sono concetti sui quali noi abbiamo detto tutto il possibile. Se insistiamo ancora rischiamo di parlarci addosso. Bisogna andare "oltre il Carso". In questi anni di avvicinamento a una ricorrenza storica così importante dobbiamo tentare un approfondimento ulteriore. Per riacquisire il ruolo che si merita nel mondo, Trieste ha bisogno di un nuovo ritratto e per farlo servono nuovi ritrattisti».

    Pensa di coinvolgere personaggi importanti?

    «Sì, mi riferisco ad artisti, cineasti, scrittori - molti dei quali Premi Nobel - autori di fama internazionale che abbiano già inscritto nella loro storia personale il tema della multiculturalità. Cosa vedrà nei nostri vecchi confini un regista kurdo affermatosi con un film autobiografico sulla vita dei contrabbandieri tra Iraq e Turchia? Cosa ci dirà dei nostri esuli istriani un graphic novelist malese naturalizzato australiano che ha disegnato storie memorabili sul tema delle identità migranti? Come racconterà il decennio degli alleati a Trieste uno scrittore americano di famiglia abbruzzese? Cosa ci mostrerà sulle foibe o sull'italianizzazione coatta degli sloveni un artista sudafricano che, da bianco boero, si è battuto contro il regime dell'apartheid? Ovviamente per il momento devo limitarmi ad esempi anonimi.

    Questo progetto l'ha già proposto al Comune, all'assessore alla Cultura?

    «Ne stiamo parlando dallo scorso agosto. E' un progetto ambizioso e in questo momento di vacche magre è comprensibile una certa cautela. Ma sia l'assessore che il sindaco mi hanno assicurato che troveremo una soluzione. In alternativa - lo dico ufficialmente al giornale della città - spero in un sostegno delle fondazioni o di altri sponsor istituzionali».

    Che struttura ha dato a questo progetto?

    «Un seminario ogni tre quattro mesi. Per una settimana l'autore invitato viene ospitato a Trieste nella forma classica dell'artista in residenza. Fa una prima conferenza sui temi suddetti, visita i luoghi simbolo della città e del Carso, l'ultimo giorno ci offre il resoconto della sua esperienza in un'assemblea pubblica, una specie di agorà aperto a tutti».

    Si ipotizza un omaggio a Primo Levi...

    «Sì, il numero zero di Metacarso potrebbe essere un ciclo di lezioni sull'opera di Primo Levi, di cui quest'anno ricorrono i venticinque anni dalla morte. Penso a quattro tra i più illustri studiosi dell'autore, a una nottata finale con la lettura integrale di "Se questo è un uomo", ovvero una staffetta civile e letteraria che coinvolga ragazzi delle scuole e studenti universitari. Il sito, evocativo più di ogni altro, dovrebbe essere la sala delle croci della Risiera. La Storia ha scelto Primo Levi e la Risiera per testimoniare l'abominio nazista: c'è un modo migliore per onorarli insieme?».

    Trieste è molto cambiata negli ultimi anni, però non riesce ad agganciare il treno per il futuro. Ha bisogno di idee, di voci forti che arrivino da fuori?

    «Forestieri speciali come i maestri che ho in mente possono rivelarci, di noi stessi, aspetti che ancora ignoriamo. Si sa, da lontano le cose si vedono meglio. Ma tutto deve partire dalla nostra consapevolezza. Non abbiamo bisogno di formule magiche, basta un po' di ossigeno. C'è tutta una parte di Trieste che non vede l'ora di aprire le finestre».

    Negli ultimi anni ha concluso quella che potremmo definire la sua quadrilogia narrativa, arricchendola con un videoromanzo. E adesso?

    «Ho scritto tanto. Ora voglio provare ad aiutare la mia città, a risarcirla di quello che mi ha dato. Vorrei che Metacarso fosse il mio romanzo orale, fatto ascoltando le voci degli altri. Qualcosa che da casa nostra faccia luce sul mondo e chieda al mondo di essere guardata. Ci sono Sundance, Cannes, Spoleto, piccoli centri famosi per i festival che organizzano. Mi piacerebbe che un giorno si dicesse: c'è la biennale a Venezia, il teatro ad Avignone, Documenta a Kassel, Metacarso a Trieste. In fondo sognare in grande non costa nulla».

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    13 gennaio 2012

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