In un libro appena uscito il sociologo Gasparini dedica un capitolo a Trieste: resa grande in passato da chi arrivò da fuori, rimasta poi svuotata di progetti ma ancora convinta di essere centro del mondo
di Gabriella Ziani
Spirito d’iniziativa, zero. Spirito imprenditoriale, zero. Le ultime statistiche (“Sole 24 Ore”) solo a questa voce mettono Trieste all’ultimo posto in Italia. Dov’è il guasto di una città che però eccelle in qualità della vita? Perché a questa apparente e tormentosa inettitudine produttiva si accompagna anche una costante crisi di abbandono? Con l’impressione che ci sia sempre qualcuno che porta via qualcosa alla città? Che la dismette, la tradisce, non le dà merito, aiuti, soldi, cosa che suscita costanti reazioni di indignazione, sentimento che presto scolora tuttavia nell’indifferenza, nel diniego del “no se pol”?
Roba da psicoanalisi. E invece è l’analisi sociologica a spiegarci il segreto meccanismo “interiore” della piccola ex città-stato che consuma energie combattendo tra due pulsioni in antitesi: sentirsi in diretta comunicazione col mondo, e chiudersi invece in un localismo asfittico.
Il problema è che se non si ritrova un equilibrio «il destino di Trieste è segnato negativamente, poiché vi si aggirano solo delle ombre tinte di sogni e di miti che passano per i muri senza lasciare segno, se non quello interiore della frustrazione». È l’analisi del sociologo Alberto Gasparini, docente di Sociologia delle relazioni internazionali e di Sociologia urbano-rurale dell’Università di Trieste, e direttore dell’Istituto di sociologia internazionale (Isig) di Gorizia. In un volume appena uscito dal Mulino («Società civile e relazioni internazionali») Gasparini sviluppa tra l’altro non solo l’analisi sulle caratteristiche fondanti del “carattere italiano”, rapporti fra Stati europei, e genesi del fondamentalismo islamico, ma anche disseziona il «caso Trieste» rispondendo alla domanda cruciale oggi per il suo ceto dirigente: da dove partire per «una seconda rifondazione della città».
Tutto ciò che Trieste è stata dal punto di vista economico-commerciale fu costruito, analizza lo studioso, come vero e proprio «sistema» sotto l’Austria, dal governo di Vienna, che creò con spirito concreto e illuminista le condizioni ideali per un porto efficiente a uso dell’intero entroterra. Infrastrutture, tecnologie, leggi sulla libertà di culto che attirarono gruppi da tutto l’impero e non solo, il Porto franco di stimolo per i commerci: ogni cosa arrivò dall’esterno. Col crollo dell’Austria crollò dunque anche Trieste. Finite poi le successive politiche “italiane” in campo amministrativo e industriale (primo e secondo dopoguerra), nuovo vuoto. Restarono sul campo la convinzione “cosmopolita” e una rete di relazioni in realtà solo locale, chiusa perfino ai confinanti, per antico istinto di difesa.
Le élite produttive di provenienza internazionale si erano strutturate come una sorta di «mondo nuovo», dettando nuovi valori: saper fare, saper trattare con tutti a prescindere da lingua e religione, soppesare secondo risultato e non secondo identità. Questi stranieri in carriera circoscrissero il proprio territorio di appartenenza esclusivamente nella famiglia e nella comunità religiosa, rendendole “zona protetta”. Cosa che altrettanto persiste a Trieste: città tollerante di tutti, ma difficile, dice il sociologo, entrare nelle famiglie o nei piccoli «clan» di uguali.
Accanto a questi fenomeni «importati», i triestini autoctoni fecero comunque gruppo, nel segno della distinzione e dell’autodifesa: contro Venezia, Vienna, e gli slavi. Un localismo tuttora vivo, che interpreta Trieste non come parte di uno Stato, ma come suo interlocutore: Territorio libero? Lista per Trieste? Città metropolitana? Siamo sempre lì.
«Non v’è dubbio - scrive il sociologo - che la sintesi di anima localista e anima cosmopolita si fonda sulla presunzione che il locale e la società triestina riescano a produrre cose fondamentali per coloro con i quali entrano in rapporto: mentalità, professioni, tecnologie, servizi, prodotti, commerci, e così via. Se ciò è vero, allora la presunzione di essere dotata di carisma si realizza, in caso contrario tale presunzione rimane solo “peccato” in quanto è falsa idea di sè e delle proprie possibilità».
Siamo eredi di quei pionieri-stranieri il cui spirito imprenditoriale finì con loro stessi. Imperi economici furono ereditati da un solo primogenito, schiere di figli cadetti furono spinti da madri e mogli (potere delle donne!) a emanciparsi dal lavoro e dal profitto, e a virarsi su arti liberali, cultura, assicurazioni, finanza, scuola. Su economie improduttive. Evoluzione “chic”, ma siamo qua: colti, poco industriosi.
E l’anima localista» che cosa produce? «Enfasi sull’unicità della città, che le permette di essere libera di gestire le relazioni con chi vuole, e ovviamente realizzando il migliore vantaggio». Ma, aggiunge il sociologo, è solo «presunzione di poter dominare questo universo». Perciò «si vive in piccolo, pensandosi grandi».
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