DOPO LA LETTERA DI MAGRIS
Trieste, tensione tra il vescovo
e il settimanale diocesano 'Vita nuova'

Crepaldi ha giudicato impropria la "Lettera" firmata da nove sacerdoti, tra cui don Vatta e don Di Piazza. LA LETTERA Claudio Magris scrive al vescovo di Trieste

    di Gabriella Ziani TRIESTE. La lettera aperta che Claudio Magris ha voluto indirizzare al vescovo Giampaolo Crepaldi affinché sia ripristinata sul settimanale diocesano ”Vita nuova” la soppressa rubrica delle lettere ha rotto un muro di silenzio e sofferenza nella comunità cattolica triestina. Che prudentemente tace, ma è in attesa di capire se potrà ancora dialogare attraverso il giornale, o se il colloquio è finito per sempre, senza motivi palesemente dichiarati. Il vescovo Crepaldi, interpellato, afferma di non voler commentare. Si riserva, dice, al caso in un secondo momento, una risposta al pubblico appello.

    Magris non solo si richiama alle leggi sulla stampa e all’autonomia del direttore rispetto alla proprietà, ma esprime «stupore doloroso» per il confronto negato, quello che ogni giornale garantisce al proprio lettore. Bloccare questo dialogo, e proprio in questo momento delicato per la Chiesa - sottolinea lo scrittore - «è un gesto che, involontariamente ma oggettivamente, fomenta tutti quei banali e faziosi pregiudizi sull’autoritarismo e l’intolleranza della Chiesa che talora trovano motivo in certi atteggiamenti di rappresentanti della Chiesa stessa o in qualche sua improvvida maniera di affrontarli».

    I rapporti tra la redazione di "Vita nuova" e il vescovo sono diventati tesi a fine dicembre. Per il sesto anno consecutivo il giornale ha pubblicato, nelle rubrica della posta (e dunque come contributo esterno) la "Lettera di Natale" di nove sacerdoti, tra cui il goriziano Andrea Bellavite (già in posizione delicata, si candidò a sindaco nel capoluogo isontino con l’appoggio di Rifondazione comunista), l’udinese don Pierluigi Di Piazza e il triestino don Mario Vatta, i preti «degli ultimi», entrambi fondatori di due comunità per ex tossicodipendenti, ex carcerati, ex malati psichiatrici e senzatetto. L’anno scorso (vescovo Ravignani) presero posizione sul caso Englaro, con voce autonoma rispetto a quella ufficiale della Chiesa.

    A fine 2009 (vescovo Crepaldi) si sono fatti interpreti di un messaggio più generale: «Il Dio in cui crediamo, il Dio in cui non crediamo». I sacerdoti hanno detto di non credere «nel Dio giudice freddo delle debolezze umane, che esalta il capitalismo, l’accumulo di denaro e beni, che legittima le guerre, le ronde, il reato di immigrazione irregolare, i vigili urbani armati, il potere salvifico delle telecamere, che si trova alla sommità delle gerarchie e dell’autoritarismo, che esige onori e privilegi, che si incontra solo nelle chiese, nelle verità dogmatiche», di non credere «nel Dio delle grandi occasioni religiose, come il Natale, quando sono concepite come ingrediente del materialismo, del consumismo», di non credere «in un Dio bianco, occidentale, friulano-giuliano quando la sua presenza è pretesa per fondare e legittimare discriminazioni, xenofobia, razzismo».

    Il nuovo vescovo ha giudicato improprio l’intervento. Richiamato la redazione. Constatando come fosse uscito nello spazio «delle lettere», ha soppresso lo spazio tutto intero. È seguita obbedienza ma, a quanto si sa, piuttosto a testa bassa. L’epoca dei vescovi precedenti non aveva mai portato a fratture di simile portata, né a interdizioni di così inappellabile sostanza. Da allora le «lettere» non sono state più pubblicate, ma hanno continuato ad affluire, perché i cattolici lettori del settimanale hanno a questo punto scritto per sapere che cosa stesse all’improvviso succedendo. Sorpresa e dispiacere, perplessità, curiosità e attesa: questi i termini con cui i cattolici vicini al giornale hanno vissuto in questi mesi.

    «Quella lettera era già pubblica - dice con levità don Vatta -, io a gennaio ho incontrato il vescovo Crepaldi, e l’ho invitato a visitare la Comunità di San Martino al Campo. In fine di colloquio gli ho anche voluto sottolineare che ero io uno degli autori del testo incriminato, non ha espresso inquietudine, ma mi ha fatto capire che quella lettera a suo parere valeva poco, e che non rispecchiava la sua idea. A me pare però - conclude don Vatta - che tutti i giornali abbiano una rubrica di lettere, per sentire il polso dei lettori, anche ”Avvenire” ce l’ha, e mi pare perfino l’”Osservatore romano”, organo ufficiale dei vescovi».

    Intanto anche alla Caritas, ente diocesano, qualcosa sta cambiando, e non sono escluse ulteriori novità a breve termine. Il referente del direttore, il laico Mario Ravalico, non è più don Piergiorgio Ragazzoni, presidente e amministratore del Villaggio del fanciullo. Da due mesi a questa parte sarebbe stato sostituito dall’economo, don Emilio Salvadè. Il quale però nega: «Responsabile io? Notizia infondata. Sono solo un passacarte». E l’appello di Magris per le lettere su ”Vita nuova”? «Non parlo, nulla da dire».
    15 aprile 2010
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