di Gabriella Ziani
Come può il ministero dell’Ambiente aver trascurato che la documentazione presentata da Gas natural per il rigassificatore nell’area di Zaule contiene macroscopici errori di cartografia, di calcolo, di analisi del vento («massimo di bora di 36 km all’ora, sono dati raccolti a Caorle») e dei fondali marini? Come può aver accettato che un impianto ad alto rischio sia posizionato a poche centinaia di metri da Ferriera, centrale a turbogas, fabbrica di formaldeide, metanodotto, depositi Siot, inceneritore che in caso d’incidente o atto terroristico provocherebbero con effetto domino un enorme disastro umano e ambientale?
E perché il ministero e le autorità locali non si sono accorti che nei documenti una traduzione dallo spagnolo stravolge il testo originale e appare non firmata dunque senza valore legale? Come hanno potuto gli amministratori pubblici non vedere che nel progetto per 22 volte i depositi costieri sono disegnati sulla parte sinistra, e nelle pagine successive nella parte destra? E «perché si fa credere alla gente che il gas raffreddato se fugge dall’impianto evapora senza rischi? Al contrario, diventa una nube pesante e soffocante, a rischio d’incendio». Ancora, perché non si è scelto un impianto che non debba prelevare quotidianamente 800 mila metri cubi di acqua al giorno rimettendola in natura raffreddata di 5°?
Una raffica di dubbi pesantissimi sull’impianto del rigassificatore a terra è stata espressa ieri da un gruppo tecnico formato da numerosi docenti universitari e da un chimico sloveno che ha lavorato per conto del sindacato Uil dei Vigili del Fuoco: «Noi conosciamo i rischi - ha detto il coordinatore Adriano Bevilacqua -, non possiamo accettare che un’impresa proponente dia un progetto senza accurata analisi dei rischi, noi l’abbiamo fatta e il risultato è agghiacciante».
Mentre la Regione si dice impotente in questa fase e rimanda al ministero dell’Ambiente che a propria volta attende risposte dagli spagnoli su alcune indicazioni prescrittive, ieri mattina in piazza Unità si sono alternati al microfono tecnici dell’Università di Trieste e di istituti scientifici, a nome dell’intero gruppo di studio formato da Giacomo Costa (chimico), Bruno Della Vedova (geologia e geofisica), Livio Sirovich (geologia), Franco Stravisi (oceanografia e meteorologia), Fulvio Crisciani (fluidodinamica geofisica), Pierluigi Barbieri (chimica), Tomaz Ogrin dello Jozef Stefan Institute sloveno (chimico), Giorgio Trincas e Radoslav Nabergoj (ingegneria navale), Irene Valle (architettura), Marino Valle (ingegneria meccanica).
Denunciate le omissioni, la scarsa chiarezza, la pochissima informazione, i pericoli, e perfino la scarsa economicità di un impianto come questo rispetto a quello di Livorno, gli specialisti tecnici con le carte alla mano hanno detto come anche il già avviato gasdotto Snam si sia legato stretto al rigassificatore di Zaule ma pure a quello off-shore di E.On (ex Endesa), il tutto senza pubblica chiarezza, e nessuna condivisione coi cittadini per arrivare «a un patto col territorio». Il senso era: «Se proprio serve un rigassificatore, che sia fatto bene, non è ”un’opportunità” per Trieste, è un rischio da non sottovalutare».
27 novembre 2009